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Full text of "Ricerche sull'architettura lombarda"

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RICERCHE 



DBL PROFESSORE 



CELESTE CLEmCETTI 



Estrallo dal Giornale LA FEBSEVSBAITZA 



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SULlARCHITETTUfiA LOMBARDA 



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MILANO 

COI TIPI DELLA PERSEVERANZA 

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RICERCHE ^ 



SULL'ARCHITETTURA LOMBARDA 



DEL PROFESSORE 



CELESTE CLERICETTI 



Estratto dal Giornale LA PEESEVERANZA 



IHIJLAMO 

COI TIPI DELLA PERSEVERANZA 

1869 



-173. -^H^-^' 



AL CAVALIERE 
i^ET>EI«^ICO OI>OItICI 

STORICO INSIGNE 

IN ATTESTATO 

DI ALTA STIMA E RIVERENTE AMICIZIA 

L'AUTORE 



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719378 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/ricerchesullarchOOcler 



Quante volte nei bei giorni dell'autunno, gironzando 
dattorno ad un vecchio edificio coli' occhio intento a spiarne 
la struttura in ogni solco, ci siam rivolti la domanda: 
Chi avrà edificate queste muraglie antiche e qaesti gra- 
ziosi fregi che il tempo va lentamente staccando, quasi 
ansioso di sottrarne la storia alle ricerche? È un edificio 
di cui ve n' ha molti ancora nelle nostre Provincie fra le 
pre-Alpi e il Po, fra la Sesia e il mare, e tutti somi- 
glianti, benché non ve n'abbia due eguali: è una chiesa 
lombarda. 

Rozze strutture come appaiono, sformate dagli uomini, 
corrose dal tempo, sono nonpertanto soggetto continuo di 
profondi studii per parte di Italiani e di stranieri. Non è 
il prestigio che circonda le mine ciò che dirige alla lor 
volta i passi del visitatore, e neppur l'eco di romantiche 
leggende, ma una quistione storica oscura, di cui ponno 
essere antichi e modesti fattori: l'origine cioè dell' archi- 
tettura del medio-evo, e specialmente della basilica a vòlta. 



— 6 — 

Le guerre civili e le invasioni straniere hanno così spo- 
gliali i nostri archivi, cosi dispersi i documenti della 
storia dei tempi bassi, che in un paese dove fiorirono le 
più antiche maestranze di artefici, dopo le romane, e dove 
sorse un simpatico stile di architettare che col nome di 
lombardo passò le Alpi, non abbiamo all' infuori delle po- 
che oscure leggi di Liutprando, alcuni documenti sulle 
consuetudini del fabbricare, né notizie positive sulla storia 
di queir immenso numero di fabbriche, specialmente reli- 
giose, che vi sorsero dal V aU'XI secolo. 

Non resta dunque a chi voglia imprendere il faticoso 
studio di tale interessante quistione, se non l'analisi ac- 
curata degli edifici superstiti e il raffronto tecnico fra i 
medesimi da una parte, e dall'altra lo spogliare cauta- 
mente le ingenue cronache del buon tempo antico e i 
pochi ricordi che offrono le lapidi e le iscrizioni. 



II. 



Il problema dell'origine del nome dato all'architettura 
ogivale, sorta in un tempo in cui dei Goti non v' era più 
traccia in Europa, sollevò già la dotta curiosità dello sto- 
rico Trova, il quale in una sua erudita dissertazione (1) 
mostrò l'esistenza nel VI e nel VII secolo di un'archi- 
tettura visigotica nella Spagna, nella Gallia meridionale 
ed in parte anche in Italia. Questo tipo di architettura 
avrebbe avuto una origine oltre-danubiana fra i Goti, 
padri dei Goti, ed i Daci, e di là sarebbe stata importata 
ncir Impero romano, all'epoca della gotica invasione. 

(1) Tboya: Discorso sulla gotica architettura. — Napoli. 



E siccome tanto gli Ostrogoti d' Italia, quanto i Visigoti 
di Spagna e della Gallia Narbonese furono Ariani, cosi 
ariana chiama il Troya il loro tipo di architettura; ed 
esso doveva differire interamente dal cattolico-romano e 
pel concello tecnico ed estetico e per l'idea religiosa che 
doveva esporla all'odio di Roma e dei popoli latini. 

Subentrati i Franchi ai Goti dopo la vittoria di Tolosa 
(534), ed il cattolicismo all' arianesimo, vuole il Troya cho 
Clolario I chiamasse alcuni Goti a Roano nella Neuslria 
per edificarvi un mirabile tempio, di cui un monaco scrisse, 
dopo la distruzione fattane dai Normanni nell' 841 a qua- 
(Iris lapidibus... Manu Gothica... constructa.,, miro opere, » 

Caratteri principali di questa architettura visigotica ed 
ariana sarebbero: la notevole elevazione delle fabbriche, 
l'introduzione delle torri negli edifìci religiosi, l'uso di 
forme poligone e forse l'impiego dell'arco acuto. 

Questo novello modo di fabbricare, di gotico divenuto 
per conquista gotico-gallico, crede il Troya che sia pre- 
cisamente l'opera gallica menzionata in uno dei capitoli 
dei Memoratorio di Liutprando, per distinguerla dall' opera 
romanese, che è accennata in un altro capitolo delle me- 
desime leggi. Così alle due civiltà, la romana e la goto- 
burgunda, risponderebbero i due diversi stili di architet- 
tura, r opus gallicum e l' opus romanese. 

Opera romanese chiama perciò il Troya il S. Vitale di 
Ravenna (o37), perchè edificato da Italiani: ed opera gal- 
lica, invece, il tempio costrutto verso il 515 nella mede- 
sima città dal visigoto Eutarico, il quale durò fino al 1457. 
Questo edifìcio, che si chiamava chiesa dei Goti o di 
S. Eusebio, nello statuto municipale di Ravenna del 1254, 
dove si pone una pena a chi vi recasse danno, fu lodato 
dallo Spreti, morto nel 1474, che lo chiamava: « 6o- 
thicum templum - edificio admirabile. » 



— 8 — 

Au^^ì ^fP'^^'"^^ posteriori, specialmente del Riccie 
dell Odono, provarono ad evidenza che gli Ariani non 
ebbero un modo speciale di edificare le fabbriche reli- 
giose; e che quando i loro templi venivano adottati dal 
culto cattolico, non vi si faceva alcuna alterazione nelle 
forme primitive, e nemmeno negli ornamenti: al punto 
che nella vòlta del S. Martino in Cielo Aureo di Ravenna 
leggevasi ancora, tre secoli dopo la sua consacrazione il 
nome dell ariano fondatore. D'altra parte, il battistero di 
b. Maria Cosmedin, edificato da Teodorico per gli Ariani 
non differisce nella struttura e nelle forme da quello dì 
^.Giovanni in Fonte, cattolico, che fu rinnovalo neU5I 
da vescovo Neone. Finalmente, in nessun edifìcio super- 
stite di quei tempi o menzionato nelle cronache, v'ha un 
indizio dell'arco acuto. Ne risulterebbe che anche la chiesa 
Che fu detta dei Goti a Ravenna nel 1254 e nel 1474* 
e che non era l'unica edificala colà dagli Ariani, non 
poteva aver avuto differenze essenziali di forme cogli altri 
contemporanei, e tanto meno aver mostralo l'arco ogivale 
Che le altre chiese ariane, divenute cattoliche, non pre- 



sentarono mai. 



III. 



L introduzione di elementi orientali neirarchitetlura ro- 
mana è innegabile, come è certo che dal loro innesto colle 
forme classiche tradizionali formossi la gentile arte bisan- 
tina. Ma questa importazione in Italia di forme nuove 
nel! arte dell'edificare e di novelli ornamenti non può at- 
tribuirsi ai Goti, poiché è accertato che si fu prima della 
loro venuta nel bel paese che il tipo gepido-orientale 
ebbe ad improntare gli edificii romani coll'arco voltato 



— 9 — 

sulle colonne, coU'interruzìone delle trabeazioni e con biz- 
zarre decorazioni; e basta citare il palazzo e le Terme 
di Diocleziano, le fabbriche di Costantino e alcune pit- 
ture di Pompei, le quali richiamano con singolare evi- 
denza le colonne alte, sottili a guisa di giunchi, menzionate 
da Cassiodoro. 

A Ravenna stessa, il Battistero di S. Giovanni in Fonte 
(151), il S. Nazaro e Celso (440), e qualche altra fab- 
brica anteriore a Teodorico (475-526) mostrano che l'ar- 
chitettura era già improntata di quelle medesime inno- 
vazioni. 

Tanto i Goti d'Italia, quanto i Visigoti che stanziarono 
oltr'Alpe, dovettero dunque attingere la loro cultura ar- 
tistica a quelle medesime fonti oltre-danubiane, che mo- 
dificarono a Roma ed a Ravenna l'architettura dei Cesari 
e dovevano assumere un'impronta così bella ed originale 
a Bisanzio. Al suo giungere in Italia, Teodorico dovette, 
per conseguenza, trovare l'arte antica già in parte tra- 
sformata, specialmente nell'Esarcato, pei suoi continui rap- 
porti coir Oriente, ed anche certo nelle Provincie setten- 
trionali, a Verona e Milano, dove sorgeva rigoglioso quel 
Rito che, d'origine esso medesimo orientale, doveva te- 
nersi rimpetto a Roma in una ossequiosa indipendenza 
fino al secolo d'Ildebrando. 

Milano, Pavia ed altre città lombarde, ebbero pure e 
allora e dopo le loro chiese ariane, e furono teatro di 
dissenzioni religiose che vivono tuttora nella memoria del 
nostro popolo, ma trasformate, al solito, in ricordi di lotte 
sanguinose. Di tali chiese non ve n'ha alcuna sussistente, 
ma nessuna delle cronache e delle storie che le ricorda , 
fa menzione di forme o strutture differenti dalle altre. La 
basilica che il longobardo Autari fabbricava a Fara nella 
Ghiara d'Adda è pure completamente distrutta: se un pi- 



- 10 ~ 

laslro solo od una colonna si reggesse ancora in piedi, 
ne avrebbe palesala la struttura, ma non ne avanza so 
non un informe tozzo di muraglia, che dovette appartenere 
ai fondamenti. V'hanno bensì anche le memorie storiche 
di chiese ariane divenute cattoliche in parecchie delle no- 
stre città, ma nessun ricordo di variazioni fatte alle loro 
forme od ai loro ornamenti. 

Il tipo di architettura, che i Visigoti importarono nella 
Gallia e nelle Spagne, non poteva dunque esser diverso 
da quello che gli Ostrogoti conoscevano, e per rimem- 
branza della patria e per gli esempi che ne vedevano già 
in Italia ; e se tale maniera potè chiamarsi gotica a Roano 
nel 534, perchè ivi importata direttamente dai Visigoti, 
così non poteva allora denominarsi in Italia. 

Ora il tempio di S. Vitale a Ravenna, eretto durante 
il dominio gotico, è appunto l'edificio che più si scosta 
dalla maniera antica romana, e che mostrò più d'ogni 
altro agli Italiani del secolo VI buona parte degli ele- 
menti della nuova maniera d'architettura; esso non è 
dunque un edificio romaneso, ma gotico nel senso moderno 
del nome, come gotico ritenne il Troya stesso il tempio 
di Aquisgrana, eretto nel 794 da Carlo Magno che fu, 
com'è noto, ispirato da quello di Ravenna. 

Gotico fu pure il magnifico tempio di San Lorenzo in 
Milano, di cui non abbiamo più. nell'attuale, se non lo 
forme icnografiche, che non furono mai cambiate, ma le 
quali bastano a collocarlo allato al San Vitale e alla Santa 
Sofia (1). Essa è l'unica delle chiese milanesi menzionata 
nel Ritmo scritto nel secolo Vili in lode di Milano, ed 
era fin d'allora « edita in Turribus », come il tempio vi- 

(1) Vedi « Ricerche suU'Arch. Relig. in Lomb. » pubblicate dall'A. 
nel voi. 14 del Politecnico. 



— 11 — 

sìgolico di SanL'EuIalia « Celsia Tiirrium faslùjia sublimi 
produxit in arce », ed ammirabile come l'altro visigotica 
tempio di Tirso « pei suoi archi e pei suoi molti an- 
goli » (1). 

Ed a proposito di queste strutture poligone, convien 
pur ricordare che il monumento sepolcrale di Teodorico è 
dodecagono, e dodecagono l'edificio antico di Canossa, ed 
a sedici lati il S. Angelo di Perugia, e poligone perfino 
le absidi delle basiliche ravennati, costrutte da Teodorico 
3 in quel torno, come le due di S. Apollinare. Né tale 
forma delle absidi antiche, che diventò caratteristica nel- 
architettura ogivale, può dirsi interamente soverchiata 
[lalla forma rotonda nel periodo che la precedette, poiché 
Qe abbiamo un insigne esempio nel S. Fedele di Como, 
un altro nel S. Donato di Murano, ed un terzo nel S. Lan- 
ranco di Pavia. 

Abbiamo già accennato alla elevazione dello fabbriche, 
3ome ad un altro dei caratteri più distinti della maniera 
visigotico-ariana, secondo il Troya, il quale ricorda la « visi- 
gotica elevazione » della basilica eretta nel 634 da Dago- 
berto a Parigi, ed i « sublimi tetti » di quella di S. Paolo. 

Un medesimo carattere presentarono talune fabbriche 
avennati ai tempi gotici ; poiché Cassiodoro si maraviglia 
ìstaticamente delle loro sublimissime moli e dei metalli e 
lei marmi impiegati; e da alcune notizie storiche par- 
rebbe che anche l'architettura di alcune chiese milanesi^ 
)ra interamente distrutte, avesse caratteri analoghi. 

Era costume nel medio-evo di perpetuare la memoria 
iei disastri sofferti dalle più insigni basiliche col ram- 
nentarne la storia su lapidi, che venivano affisse alle pa- 
oli della nuova fabbrica. 

(1) Vedi Troya: Discorso, ecc. 



— 12 — 

Ora il funesto incendio del 1073, che rovinò in Milano 
il tempio di S. Lorenzo, distrusse pure tutte le altre più 
mirabili opere, qui sorte dal VI al IX secolo, come le ba- 
siliche di S. Stefano, di S. Tecla e di S. Maria Maggiore, 
cattedrale inlramurana. 

Rifatta la prima in proporzioni assai minori delle an- 
tiche, vi si scolpiva in marmo un'iscrizione riportala dal 
Puricelli (1) i cui primi due versi erano. « Fiamma vorax 
prisci consumptis culmina Templi — Quod specie forma 
nulli cedehat in orbe » ; e sulle pareli della seconda, re- 
staurata, era una lapide, copiata poi dal Puccinelli (2), 
in cui si ricordano i « sublimi lacunari » del tempio di- 
strutto. ' 

Quanto all'ultima, in un'Epistola di San Massimo, ve- , 
scovo di Torino, che la dedicò appena restaurata dopo ' 
l'eccidio gotico (539), ovvi un oscuro passo, che sembra 
pure additare una struttura la quale avesse per carattere 
speciale l'elevazione. Beccolo: In nomine tuo dedicamus 
de veterihus nova et sub quodam resurrectiones specie, in 
antiquum verlicem speculum templi hujus culmine erec- { 
tum est. » 

Nò tali notizie possono ritenersi per amplificazioni di 
scrittori vani ed ignoranti, quando si pensi che delle 50 
e più chiese che erano in Milano nel secolo YIII, una 
sola è lodata dal Ritmo, e che delle 200 che quivi esi- 
stevano dopo il mille, una decina al più meritò la lode 
dei cronisti : si noti di più che delle fabbriche lodate dagli 
antichi, quelle le cui sembianze giunsero fino a noi. Io 
furono altretlanlo dai moderni. 

Saremo indotti a sospettare che, prima che si adattassero 

\}^ Pl'ricelli : Monumenta amhrosianae basilicae. — Milano, 1GÌ5. 
(2) Plcci.nelli : Zodiaco della Chiesa milanese. — Milano IGjO. 



- 13 — 

1 le cupole coi pennacchi a romba, cosi caralterisliche 
[ dello siile lombardo, ad edificii non poligoni né circolari 
! SI fossero inlrodolte nelle fabbriche religiose, onde addi- 
tarne da lungi il santuario, delle specie di torri più o 
. meno elevale sul resto dell'edificio, le quali abbiano pre- 
: cedute quelle gugliette a parecchi piani rastremati, che 
; vediamo tuttora in varie chiese di secoli posteriori- né 
1 questo avrebbe avuto luogo solamente in Lombardia, ma 
anche al di là delle Alpi. 

Neil- 801 sorgeva a S. Riquier nella Piccardia, per opera 
di Angilberlo, genero di Carlo Magno, la celebre Badia 
di Lenlula, con due chiese, l'una con una torre a cia- 
scun estremo, l'altra con una sola, tulle però foggiate a 
tre piani di loggelte sovrapposte, come rilevasi dal dise- 
gno che no ha conservalo il Mabillon (1); e pochi anni 
dopo, Cloe nel 806, Theodolfo abate di Fleury terminava 
a bermigny-dcs-Prés una chiesa, ancora in parte sussi- 
stenle, la quale presenta una torre centrale; ed una sor- 
geva pure sul centro del S. Martino d'Anger, fabbricata 
,Jn quel (orno. 

I Al di qua delle Alpi, il vescovo milanese Ansperto 
taorlo nell'881, che aggiungeva l'atrio alla basilica am- 
brosiana e ristorava le mura romane della citlà, ergeva 
la piccola chiesa, circolare all'esterno, di S. Satiro Iut- 
iera superstite, a fianco di quella del XVI secolo, lodata 
dal Vasari; e sulla sua vòlta a pennacchi lombardi vedesi 
una specie di guglietta, simile a quelle della Badia di 
(.emula; simile pure è la guglia che corona la cupola del 
5. Teodoro di Pavia e del S. Tomaso d'Almenno. Le 
ivelle forme della guglia che sorge sulla cupola di Chia- 
•avalle, e quelle ancor più mirabili della torre d'Azzone 

(1) Mabiilon: Atl. ori. S. Beneikli. 



— 14 — 

Visconti, hanno dunque una storia, che discende accertata 
fino al secolo IX, e rimonta probabilmente a tempi più 
remoti. 

Di queste torricelle o guglie di mattoni, le quali non 
hanno riscontro nell'antichità romana e neppure nell'arte 
bisantina, e che dovevano essere tanta parte dell'archi- 
tettura ogivale, ne dovettero sorgere certamente parecchie 
nel nostro paese, dove le costruzioni laterizie salirono a 
tanta rinomanza. 

Ma quelle colonnine, che tanto abbondano nei nostri 
edificii religiosi del medio evo, nelle loggie delle facciale 
e all' ingiro degli absidi, sulle torri e sugli amboni, e che 
sono pur anco la base del pinacolo gotico, non erano già 
menzionate nelle leggi di Liutprando? « Et si columnas 
fecerit de pedes quaterna aut quinos ? » E come mai il 
Trova le credette avverse alle colonne sottili e lunghe 
lodate da Cassiodoro, e chiama queste romane, e gotiche le 
prime? Le colonnette lombarde non sono sempre accom- 
pagnate da quegli esili cordoni, che simili a giunchi sal- 
gono dalla base al sommo degli edificii, composte esse 
pure di pezzi da 4 o 5 piedi sovrapposti? Non isolale 
poterono essere, certamente, le esili colonne marmoree di 
Cassiodoro; e se appiccicate agli angoli degli edifìcii o sui 
pilastri, in che differirono dai cordoni lombardi, che dividono 
sulle facciate e intorno agli absidi lo loggelte a colonnine 
tozze e danno movenza e carattere al pilone a fascio? 

Sono appunto questi cordoni lunghi e sottili e queste 
tozze colonnette e la esclusione delle colonne monoliti, che 
formano la base dell' architettura lombarda e della ogivale: 
povero colonne pigmee, che sulle sublimi moli del medio 
evo dovevano posare a tale altezza, a cui non giunsero 
mai i ricchi capitelli dello superbo colonne monoliti di 
Grecia o di Roma. 



— i: 



IV. 



^ Le ricerche di questi ultimi anni, archeologiche e sto- 
riche, hanno spoglialo quasi interamente l'epoca longo- 
barda (068-774) di quella serie di edificii religiosi che le 
cronache e le tradizioni popolari le avevano attribuito. 

Lasciando anche in disparte le basiliche maggiori dì 
Pavia e di Monza, come le più contestate, per ricordare 
altre strutture più modeste e meno note, la torre di Per- 
ledo, che il popolo vuole edificata da Teodolinda e che 
molti scrittori chiamano longobarda, non presenta alcun 
carattere che la faccia sembrare diversa dalle tante altre 
che si elevano qua e là nei nostri antichi villaggi, e le 
quali certamente non sorsero prima dell' XI del XII 
secolo: anzi l'andamento di qualcuno degli archetti delle 
fìnestrole che dan luce all'interno, ne sarà causa la im- 
perizia dell'artefice, ma è cosi rialzato da lasciar quasi 
intravedere un'ogiva. 

^ Poi , bisogna andar cauti nel riportare a molta antichità 
l'età delle torri da campanili in Lombardia, le quali cre- 
diamo fossero introdotte assai tardi e lentamente. Nel 
secolo XI vediamo ancora usati dei campanelli e delle 
trombe di bronzo per convocare i Concilii popolari (1), 
e in un documento del 1213 è accennata la « Malliola >> 
specie di tavola che percossa da un martello serviva nei 
contadi a radunare il popolo, e finalmente frate Bonvicino 
da Riva, il quale nel 1288 scrisse una Descrizione della 
città e contado di Milano, coniava nella città 200 chiese 

il) Giclim: Memorie di Milano, Voi. II. 



— 16 — 

e solamente 120 campanili con 200 campane (2). La circo- 
stanza di trovare frequentemente il campanile aggiunto 
ad un fianco della chiesa in epoca posteriore o realmente 
incassato in qualche parte della medesima e d'averlo ri- 
tenuto più antico che non potesse essere, ha fatto assai 
volte riportare ai secoli bassi, chiese non anteriori all'XI 
secolo. 

Alla stessa Teodolinda è attribuito dalla tradizione po- 
polare, la vetusta chiesa di Gravedona, colla sua bella 
torre sulla fronte, un'abside sporgente da ciascuno degli 
altri lati del suo nucleo rettangolare, due altre minori 
scavate nello spessore della parete orientale, e le sue loggie 
praticabili che corrono superiormente ai fianchi nell'in- 
terno. 

Queste disposizioni icnografiche palesano un'indubbia 
antichità: le traccio di parecchi intonachi sovrapposti, 
fanno fede di successivi abbellimenti, e sul più antico di 
questi si ponno ancora indovinare, attraverso i vetri che 
la ricoprono, i contorni di una madonna che vuoisi la 
medesima detta già antica nell' 823 dagli annali dei 
Franchi: la stessa torre, quadrata in pianta, che sorge 
sul mezzo della fronte, ha riscontro in altre a Torcello ed 
a Parenzo, l'una del IX, l'altra del VI secolo. 

Ma le graziose decorazioni esterne degli absidi sono 
troppo ben conservate perchè possano riscontrare ad epoca 
così lontana, e sono d' altra parlo troppo somiglianti 

(2) Il Dozio, Vedi Notizie di Vimercate e sua Pieve, Milano, 1853, 
ritiene che fos«;ero vari i campanili anche nel XVI secolo nei Comuni 
campestri, poiché così si esprime: « Similmente al 1566 erano po- 
chissime le chiese che avessero anche solo un mezzano campanile 
con una, al più due campane, ne! grossi villaggi. La più parte delle 
chiese avea una sola campana sopra due pilastri od allogala alla 
meglio sur un fianco della facciata. » 



— 17 — 

pel carattere, per le forme e pel modo di esecuzione d 
quelle di altre chiese, come il Sant'Abbondio di Como, 
che le indagini recenti provarono non anteriori al mille, 
e, per esempio, l'archetto scavato fuori monolite da un 
sol pezzo di pietra, come vedesi nella cornice esterna 
della chiesa (fig. 1^) non indica il più antico modo di 
costruirlo. 




(Figura 1.') 



Prima formavansi di parecchi pezzi come veri archi, e 
di rado in pietra calcare, ma piil generalmente in tufo 
comò al S. Pietro e al S. Benedetto di Givate (fig. 2.*) 
edificii che essendo stati abbandonati dai monaci fin dai 
primi anni dell'XI secolo, discesi nel paese al S. Calocera 



- 18 — 

allora appunto edificato (1), devono perciò ascriversi ad 
epoca anteriore e potrebbero anche rimontare ai giorni di 
Desiderio, com'è asserito nelle antiche cronache. La mede- 
sima struttura presentano gli archetti al S. Calocero, or ora 
menzionata, al battistero di Galliano e sui fianchi dell'an- 




(Figura 2.") 

tica chiesa di Piena sul lago di Como, dove il priore Bo- 
nacorso di Gravedona costruiva nel 1252 quell'interessante 
chiostro, nel quale, varcata la soglia e girando lo sguardo 
sui graziosi archi e sugli svariati capitelli, risorge dinanzi 
con singolare prestigio il medio-evo. 



(1) Rimangono intalli della prima strullura di questa chiesa l'ab- 
side mediana ed una delle laterali colla solila cornice ad archetti e 
le Cnestrole a tromba, non che qualcuna dolle finestre che davan 
luce all' interno della nave maggiore: il resto venne restaurato e 
modificato nel XV secolo. 



— 19 — 

Della slessa prima maniera sono gli archelli che coro- 
nano l'abside della chiesa di S. Jacopo in Bellagio, che 
forma quasi l'unica parie rimasta dell'antico edificio, e 
quelli del ballislero di Lenno e sugli absidi della vecchia 
chiesa dell'Acquafredda, e finalmente nei pochi avanzi del- 
l'isola Comacina ruinata dai Comaschi nel XII secolo. 

Al Sant'Abbondio di Como, che le ricerche ed i ristauri 
praticali di recente dal professor Balestra, mostrarono opera 
del secolo XI inoltralo, cioè riedificala per intero quando 
vi fu aggiunto il chiostro, vedonsi sul medesimo edificio 
ambe le forme di archetti, e propriamente all'esterno delle 
navate sono della prima maniera e intorno all'abside della 
seconda (1). 

E a provare che la foggia di archetti che vedonsi a 
Gravedona e sull'abside del Sant'Abbondio sia posteriore 
all'altra, basta ricordare la chiesa di Bellano (1330), il 
palazzo del Broletto in Como (1423) e varie altre opere 
posteriori all'XI secolo, nei quali tutti le cornici presentano 
gli archetti foggiati in quella che dicemmo seconda ma- 
niera. 

La forma cubica dei capitelli che coronano i cordoni 
delle absidi {fig. 1.^), la bella struttura a fascio di pietre 
diverse, alternale, che appare all'esterno della chiesa di 
Gravedona, come all'abside del Sant'Abbondio e meglio 
ancora a quello del S. Carpoforo, palesano un'opera con- 
temporanea a queste o poco da esse lontana. Simile ap- 
parecchio delle pareti di origine certamente bisantina, ri- 
chiama poi troppo bene i rivestimenti marmorei a fascio 
alternate a due tinte delle chiese e dei palazzi comunali 
del XIII secolo per non vederne la lontana parentela. Da 

(1) Vedi su questa chiesa gli studii del prof. Boilo nei numeri 9 
e 10 AqW Ingegnere- Architelto, 1863, e gennajo-febbrajo 1869. 



- 20 — 

ultimo, le finestre cosi strette a ferritela ma dai ricchi 
fianchi sagomati a risalti e cordoncini, sono assai diverse 
delle aperture comparativamente ampie ma assai semplici 
che vediamo negli edificii non posteriori al IX secolo. 

Sul pendìo del colle Baradello sorge la vetusta chiesa 
di S. Carpoforo, nella quale, fatta astrazione dal campa- 
nile e dalle opere posteriori al XV secolo, un attento esaraa 
lascia scorgere parecchie epoche distìnte ed una forma ben 
diversa dalle descrizioni che ne lasciarono gli storici co- 
maschi. La sua fronte icnografica è volta al colle, ma 
l'entrata dovette essere anche in antico come lo è tuttora 
al lato di mezzogiorno, benché la porta non fosse nella 
posizione attuale. Ha tre navi formate da due file di pi- 
lastri, dei quali il primo di ciascuna fila a partire dalla 
fronte icnografica è quadrato, e corrisponde alla lesena 
sporgente dal muro, mentre i tre seguenti sono a nucleo 
quadrato con lesene in risallo su ciascuna faccia: seguono 
quindi il presbitero e l'abside, ed al disotto di queste parti 
la cripta. 1 primi due interpilastri hanno una ampiezza 
media di 2"^ 85; il terzo ne ha 7^ 40 e i due seguenti 
i^ 4o, e su tutti sono voltati gli archi a mezzo cerchio 
semplicemente longitudinali od anche trasversalmente a 
seconda della forma del sostegno da cui si staccano. 

E dunque nel suo assieme un edificio assai modesto e 
povero, ma nel quale nondimeno sonvi le traccio di due 
e forse tre epoche distinte, escludendo anche il robusto 
campanile quadrato, incastrato a destra del presbitero, il 
quale appare posteriore a tutto il rimanente. Infatti: i 
primi due campi della chiesuola rappresentano un'edifizio 
a semplici archi longitudinali sotto tetto, i seguenti fino 
al presbitero no rappresentano uno voltato solamente sulle 
ali, finalmente il presbitero colle lesene sporgenti agli an- 
goli dovette avere la vòlta anche sul campo di mezzo. 



— al- 
l'ampiezza della nave media è di 8 50 circa: questa 
cogli inlerpilastri di 7 50 già menzionali formano un 
campo prossimo al quadrato che ora, escludendo il pre- 
sbitero, il quale appare opera posteriore, risponde al cen- 
tro del resto e forma una chiesa a croce. Tale dovette 
essere un tempo, coll'entrata a mezzogiorno nel capo-croce. 
Se non che, la differenza di struttura notata nei sostegni 
fra i due primi campi e gli altri, l'esistenza di due fìne- 
strole sui fianchi della parte che precede il campo qua- 
drato, mentre ne appaiono Ire nella seconda, il vedere una 
cornice ad archetti ricorrere su ambi i fianchi di questa 
seconda parte e non sulla prima, ed altri particolari, fanno 
dubitare ragionevolmente che anche priva del presbitero 
e dell'abside la chiesa consti di due parti di diversa epoca, 
e cioè: 

l."" Di un antico oratorio pressoché quadrato, termi- 
nato forse un tempo ad oriente da un piccolo abside ab- 
battuto, diviso in 3 navi e 3 campi da un pilastro quadro 
ed uno a lesene per ciascun lato, i quali ultimi coi loro 
archi longitudinali e trasversi formavano un'ampia cam- 
pata avanti l'altare, alta come il resto della nave media e 
quindi più che le ali: in complesso un piccolo oratorio a 
croce latina la quale richiama le forme antiche della pic- 
cola basilica Fausta milanese (1), benché questa fosse as- 
sai meno rozza ed avesse una tazza decorata a mosaico, 
costruita come alcune edicole romane della decadenza e 
<Jome la vòlta del S. Vitale di Ravenna, cioè con tubi di 
cotto inseriti a spira l'uno nell'altro. 

^."^ Di una parte aggiunta dopo tolto l'abside antico 
e la parete trasversale; un tale allungamento conservò alla 
chiesa, specialmente nell' alzato, la forma a croce, e forse 

(l) Vedi il lavoro dell'autore nel Politecnioo del 1863. 



— 22 — 

permise altresì di lasciar l'altare al posto primitivo," cir- 
costanza essa pure di qualche rilievo per quei tempi. 

Più tardi si sarebbe allungato nuovamente redificio col- 
l'aggiungervi il presbitero e l'abside, le quali parti mo- 
strano una struttura affatto diversa dal rimanente, essendo 
a fascio alternate come fu già detto, e presentando nei 
capitelli dei cordoni e negli stipiti delle finestrole un ca- 
rattere di ricchezza che contrasta in modo singolare col- 
l'aspello nudo e disadorno dei resto. 

Questa a noi parve, dopo un'attento esame, la piìi sem- 
plice e più probabile spiegazione di quel deforme assieme 
di archi piccoli e grandi, di pilastri semplici e di pila- 
stri a lesene, di muri rozzi e di pareti eleganti, dalle 
quali sporge quel grazioso abside che è una delle perle 
dell'architettura lombarda dell'XI o della prima metà del 
XII secolo. 

Avremo colto nel segno? Se sì, l'antica struttura della 
chiesa e la sua storia sono spiegate, e noi vi vediamo in 
piccole proporzioni la storia del primo periodo della ba- 
silica a vòlta: altrimenti, rimangono a spiegar meglio 
tutti quei singolari controsensi, ma resta intatta l'antichità 
della chiesa privata del presbiterio e dell'abside. 

Le notizie storiche che vi si riferiscono sono assai poche: 
S. Felice, primo vescovo di Como, avrebbe eretto ivi una 
chiesa sulla fine del IV secolo, ed il re Liutprando (712-7/ii) 
l'avrebbe ampliata: lapidi ed iscrizioni, parecchie romano- 
cristiane e greche, vennero rinvenuto nei dintorni. 

Una parte dell'edincio risale dunque quasi indubbia- 
mente airepoca longobarda, ed una parto forse a tempi 
più remoti. 

Antichi sono certamente i pochi avanzi che vedonsi nel- 
l'isola Comacina: ma pochi archetti, qualche tozzo di mu- 
raglia ben costruita e qualche (ìnestrola nuda, non of- 



- 23 - 

frono criterii sufficienti per stabilirne l'epoca. V'hanno 
però gli avanzi di una chiesuola notevole per la sua pianta: 
all'esterno mostra le forme d'un oratorio ad una sola nave 
terminata da un unico abside, mentre all'interno appare 
divisa in due campi e due piccole navate, ciascuna ter- 
minata in un'abside compresa nella unica curva esterna. 
Una colonnetta occupante il centro dell'arco, alla quale 
corrispondevano delle lesene o semi-colonne incassate nei 
muri di fianco e in quello di testa, forma la divisione dello 
navi, e questo singolare edificio lungo un 15"^ e largo 12"^ 
circa, dovette un tempo essere coperto a vòlta. 



V. 



I Longobardi furono un popolo barbaro ed incolto: Io 
dicono in coro gli storici piìi insigni, e noi lo cre- 
diamo, come riteniamo per certo che essi non importarono 
in Lombardia alcun elemento novello deU'arte di edificare, 
ma invece impiegarono artisti italiani, come lo provano 
lutti i nomi finora noti di artefici d'allora, e massima- 
mente comacini, perchè li vediamo menzionati nelle leggi 
longobarde. L'architettura di quei tempi dunque, qualun- 
que fosse l'origine degli elementi che la componevano, fu 
italiana, non longobarda. I pochi edifici superstiti, in tutto 
in parte, che un'analisi giudiziosa permette di far ri- 
salire fino a quei giorni, mostrano bensì molti particolari 
della nuova architettura, ma sono povere strutture piccole, 
nude, disadorne; mentre il paragone di quegli altri edi- 
fici, migliori dei primi, che la tradizione e forigine storica 
assegnerebbero ai medesimi tempi, con altri di epoca po- 
steriore, li toglie ai bassi tempi per trasportarli al medio 
evo, senza di che non vi sarebbe alcun nesso razionale. 



— 24 — 

Tutto questo è vero ed innegabile; ma le poche fab- 
briche sussistenti, che la critica permette di assegnare 
all'epoca dei Longobardi, o sono chiesuole di contadi, 
capi al pili di antiche pievi, o pure sorgono entro valli 
romite e monti alpestri, dove, fra la solitudine, gli uomini 
d'un tempo credevano di soddisfare alla missione della 
vita. 

Assai più invece ne furono edificate in quei secoli nelle 
maggiori città del Regno, Pavia, Verona, Milano, Mon- 
za, ecc., per ricordi innegabili di storici, e certo non 
furono strutture cosi rozze, così meschine. In taluna di 
queste città sorgono tuttora degli edifici insigni per una 
evidente antichità, per ricchezza d'ornamenti originali, e 
più ancora per le loro forme architettoniche, le quali, 
nei loro elementi statici, mostrano una diretta parentela 
coir architettura ogivale di oltr'Alpe. 

Ai loro fianchi sorgono poi altri edifici meno antichi, 
più ampi, maestosi e ricchi; ma i quali, invece di mo- 
strare l'ulteriore sviluppo ed il complemento di quei prin- 
cipii che fanno bella la prima maniera, palesano incer- 
tezze, mancanze e controsensi statici, un innesto di ele- 
menti antichi con altri nuovi e non razionali, un'archi- 
tettura insomma incompleta nei suoi principii meccanici 
ed esotica. 

È questo fatto innegabile, è il confronto fra le opere 
anteriori al mille, e le posteriori, che fanno giudicare 
meno antiche le prime strutture, allo scopo di giustificare 
razionalmente, per così dire, le seconde. 
^ Ma v' ha egli sempre una scala di passi successivi, con- 
tinui nella storia delle arti di un popolo, e un progresso 
costante nella medesima via, e non invece qua e là delle 
iacune e dei pentimenti? 

L'architettura e specchio fedele della storia civile dei 



— 25 — 

popoli, e come questa ha degli strani rivolgimenti, così 
li ha l'arte: la Mezzaluna distrusse l'arte bìsantina, come 
l'Olimpo redivivo spense, nel XVI secolo, l'architettura 
gotica. 

La vetusta arte lombarda non ebbe anch'essa a subire 
qualche potente influsso che lentamente soverchiandola, 
le ostruì il cammino? 



VI. 



La veneranda antichità della basilica ambrosiana di 
Milano rimarrà incontestabile finché non si possa provare 
che l'atrio, il quale sorse certamente dopo il tempio, non 
sia stato costruito da Ansperto. Bisognerebbe a tale effetto 
dimostrare che le parole della lapida sepolcrale di quel 
vescovo, esistente nella basilica medesima « Atria vicina 
» struxit ed ante fores » si riferiscano ad altra chiesa : né 
basta: bisognerebbe quindi provare che sia apocrifo il 
diploma di Anselmo II dell' 892, undici anni cioè dopo 
la morte di Ansperto, nel quale, descrivendosi le coerenze 
di un sito donato dal medesimo all'abate di S. Ambrogio, 
è detto: (( A septentrione murum et porticum quibus sa- 
» cratum munitum est atrìum. » 

La costruzione della basilica ambrosiana risale dunque 
ai primi anni del IX secolo, senza dire che la sua parte 
orientale è più antica. L' importanza archeologica di questo 
tempio sta essenzialmente in ciò, che essa presenta nella 
sua struttura intero e completo il tipo della basilica a 
vòlta, il cui periodo di sviluppo deve dunque coincidere 
coir epoca longobarda. 

Il professor Dartein, che sta illustrando con una ma- 



— 26 — 

gnifica opera l' architettura lombarda (1), e che ha pure 
studiato a lungo questo antico monumento, è venuto alle 
nostre stesse conclusioni circa la sua antichità. In un 
recente studio, pure straniero, sull'architettura religiosa 
in Italia (2), in cui l'autore ha voluto fare una classifi- 
cazione minuziosa e quasi algebrica dei monumenti, de- 
sunta dalla forma dei sostegni e degli archi, la quale 
mentre può tornare assai opportuna dal lato tecnico, non 
può dirsi altrettanto utile a mostrarne le fasi storiche, è 
esposto invece rispetto alla basilica ambrosiana, un pen- 
siero al quale, lo diciamo addirittura, siamo assolutamente 
contrarli. 

L'autore crede che le volte della nave maggiore siano 
posteriori al tempio; e per spiegare l'esistenza di quelle 
nervature che, nei suoi pilastri a fascio, rappresentano gli 
arconi longitudinali e trasversi delle volte medesime, ri- 
tiene che queste parti siano state appiccicate anch'esse in 
epoca posteriore all'edificazione del tempio. Questo suo 
concetto è poi illustrato da due figure (3), la prima delle 
quali offrirebbe lo stato primitivo, la seconda lo stato po- 
steriore. Tolte ai pilastri a fascio le membrature menzio- 
nate, e levati pure al corpo del tempio gli arconi longi- 
tudinali al dissopra dello loggie, ne risulta un concetto 
cosi deforme, irrazionale e capriccioso, che non può giu- 
stificarsi in alcun modo, e che non avendo poi alcun 
riscontro negli altri monumenti, non si sa capirò come 
abbia potuto persuadere l'autore. Se non che, l'ispeziono 
della seconda figura sembra porgere la chiave dell'enigma 
e mostrare l'origine dello sbaglio. È nolo che nel secolo 



(1) F. De Dartein: Elude sur l'Àrchiteclure lombarde. — Pai 

(2) Allgemdne Bauzeiluny, 1867. 
i'i) 1(1. N. 05 e GG. 



is. 



— 27 — 

XIV, in quel torno, alcuni degli arconi trasversi della 
nave maggiore furono rinforzali mediante un arco acuto, 
sottomurato all'antico: questo aveva necessariamente un'im- 
posta più bassa dell'arco semicircolare corrispondente, e 
per darvi un sufficiente appoggio, si dovette anche au- 
mentare lo sporto delle lesene. In tal modo, quantunque 
ad un attento osservatore la vera struttura si palesasse 
fin d'allora, perchè mal celata dall'intonaco, poterono 
queste aggiunte dar origine al pensiero che la nave me- 
diana fosse stata originariamente voltata su quegli archi 
acuti. E che questa fosse la causa dello sbaglio in cui 
incorse l'autore, sembra risultare evidente dall'ispezione 
della seconda figura, la quale comprende precisamente uno 
di quei pilastri, a cui furono nel XIV secolo fatte le va- 
riazioni menzionate. 

Poco lungi dalla basilica di S. Ambrogio, ne sorge 
un'altra, ora convertila in opificio industriale, quella cioè 
di S. Vincenzo in Prato, che fu oggetto di recenti studii (1) 
e di un progetto di restauro accademico. Vuole il Casti- 
glioni (2) che nel luogo dell'attuale sorgesse un tempio 
dedicato a Giove, appoggiando l'induzione ad una lapide 
ivi rinvenuta; ma la lapide era stata male interpretata da 
lui, e non dava che il nome di due consoli e il numero 
d'anni durante i quali ciascuno ne portò le divise. In un 
diploma dell' 806, l'arcivescovo Adelberlo cede ad Arigauso, 
abate di S. Ambrogio, una corte delta Praia, con un 
oratorio ivi edificalo e dedicato a S. Vincenzo. La basilica, 
che tuttora sussiste, non poteva per le sue notevoli pro- 



(1) Vedi La basilica milanese di S. Vincenzo da Prato, del conte 
Carlo Belgiojoso, e un articolo del signor Mongeri pubblicato nella 
Perstveranza. 

(2) Castiglioni: De Antiquit. Mediolan. 



— 28 — 

porzioni chiamarsi nel secolo IX un'oratorio, altrimenti si 
sarebbero dovute chiamare oratorii tutte le chiese mila- 
nesi, ad eccezione di tre o quattro; a nostro parere, essa 
non era ancora edificala, ed esisteva in quel luogo una 
semplice cappella: neppure troviamo argomenti bastevoli 
a ritenere la cripta posteriore alla chiesa. Crediamo in- 
vece che, quando vi si collocarono i monaci, cioè pochi 
anni dopo l'epoca del diploma citato, per opera dei me- 
desimi sorgesse la chiesa: ad ogni modo, il Castiglioni 
non la riporta al di là del 780, e le sue sculture la ca- 
ratterizzano assai bene come opera della fine dell' Vili o 
della prima metà del IX secolo. 

Il S. Vincenzo in Prato è dunque contemporaneo al 
S. Ambrogio, ma, mentre questo è una basilica a vòlta, 
il primo è una pura e pretta basilica latina, come il 
S. Salvatore di Brescia, edificato dal re Desiderio ed il- 
lustrato dairOdorici. 

Nel S. Ambrogio vedonsi le colonne a fascio, le vòlte 
a crociera con nervature rettangole {fig. 3.^): i ricchi ra- 
beschi nei capitelli, intrecciati ad una serie numerosa e 
svariata di mostri, tanto nell'atrio, quanto nell'interno 
della chiesa; nel S. Vincenzo invece, le colonne monoliti, 
il coperto a capriate, e non un mostro scolpito nei capi- 
telli, né un intreccio geometrico, ma le sole foglie a sem- 
plice e a doppio ordine, come nei capitelli corinzi! e in 
quegli altri pure romani che, scoperti nel XVI secolo, 
furono delti bramanteschi: lutti però scolpiti con quei 
tocco caratteristico così noto, o colla croco nel mezzo del 
loro campo in parecchi. 

Ecco vicini, in diversi edificii, i due distinti tipi della 
basilica occidentale: l'una modellala entro gli angusti li- 
mili di quel tipo latino che per rigido ossequio alle formo 
tradizionali, appropriandosi dei nuovi clementi solo quanto 



-so- 
nori poteva inlaccarne il concello fondamentale, completò 
ben presto il ciclo del suo sviluppo; l'altra invece colle 
forme di quella rigogliosa architettura mista di elementi 
bisantini, orientali e romani, che, ricca d'avvenire perchè 
pronta a vestirsi d'ogni novella conquista dell'arte, doveva 
creare olir' Alpe, il magnifico sistema dell'architettura 
ogivale. 




\ 

ili! X.^^ ! 

^ ìiii X \ y^^ì 




(Figura 3.') 

Un'interessante scoperta, fatta di recente in Milano, 
viene a porgere altri argomenti, benché indiretti, a favore 
dell'antichità del S. Ambrogio. Quivi, nella via che di- 
cevasi un tempo dei Tre Monasteri, ed ora del Monte di 
Pietà, parallela alla quale correva la cinta romana e 
l'acquedotto (1), veniva fondato al di dentro delle mura, 



(1) Vedi la Pianta Idrografica di Milano, dell' ing. E. Bignami. 



— 30 — 

nella prima metà del secolo Vili, il monastero d'Olona o 
d'Aurona, dal nome della sorella del vescovo Teodoro o 
Teodosio, che ne fu la fondatrice. Venuto a morte il fra- 
tello nel 739, vi veniva seppellito. A queste notizie, ri- 
cavate da vecchie cronache del secolo XIII citate e com- 
mentate dal Giulini, s'aggiunga che nel Ritmo dell'VIII 
secolo, già più volte menzionato, si fa distinta menzione 
di quel vescovo nelle parole : a Totam urhem Presul ma- 
» gnvs ornavit Teodosius . . . nato de regali germìne. » 
Come poi quel prelato, e quindi anche la sorella, fossero 
di sangue reale, non è ben noto; ma è probabile l'ipotesi 
del Giulini, che la fondatrice del monastero fosse la stessa 
infelice Aurona, sorella di Liutprando, la quale era slata 
dal re Ariberto, insieme colla madre, privata del naso e 
degli occhi, secondo lo stile dei tempi. Il caso della po- 
vera Aurona ricorda così quello della misera Teodote, 
chiusa nel monastero in Pavia a rimpiangere l'onore tol- 
tole dal longobardo Cuniberto. 

Il fabbricato, puro conventuale, che sorse in appresso 
su quell'area, non conservò traccia dell'antico; ma dive- 
nuto sede del Genio militare austriaco, acquistò titolo di 
imperitura gloria, per essere stato teatro di uno dei più 
brillanti episodii delle cinque giornate milanesi. 

Ora, nelle demolizioni e negli escavi che vi si stanno 
praticando allo scopo di fabbricarvi un grandioso edificio 
per la Cassa di Risparmio, sui disegni del distinto inge- 
gnere Balzaretti, si trovarono, oltre a parecchie antichità 
romane e romano-cristiane, dei preziosi frammenti del- 
l'antica chiesa d'Aurona e del monumento sepolcrale di 
Teodosio, come capitelli, tronchi di colonnette e d'archi- 
travi. Nò v'ha dubbio sull'epoca. La cimasa di uno dei 
capitelli porta all'ingiro dell'abaco l'iscrizione: « lite re- 
ì> quiescit Dominus Theodorus Archiepiscopus qui injuste 



— 31 - 

Hi fuit damnatus; » e sopra un altro Icggcsì: a Jidianus 
» me fecit sic pulchrum. » Lasciamo ai dotti lo spiegare 
il jsenso storico della prima iscrizione: a noi imporla di 
constatare il fatto cbe quei due capitelli e gli altri pa- 
recchi, e tutte le gentili sculture ivi rinvenute, che sono 
dunque dcU'YIII secolo, tanto per la forma e le propor- 
zioni, quanto per lo stile ed i motivi ornamentali, hanno 
una manifesta rassomiglianza con quelli dell'interno del 
tempio ambrosiano. Vogliamo però fare qualche osserva- 
zione non sul significato storico della prima di tali iscri- 
zioni, ma sul grado d'importanza della medesima, e rela- 
tivamente all'aspetto sotto il quale dovrebbe essere con- 
siderala. 

Nei tempi bassi ed anche nel medio-evo l'architetto 
delle fabbriche destinate al culto ed all'abitazione dei 
religiosi era il vescovo della città o l'abate del convento. 
È questo un fatto del quale abbondano le prove, e pos- 
siamo averne una conferma anche senza scostarsi dall'e- 
dificio di cui ci occupiamo. 

In un diploma del 1099, diretto dall'arcivescovo An- 
selmo lY alla badessa di questo monastero d'Aurona, 
leggesi che nel giorno 15 di marzo, il detto arcivescovo 
venne nella corte del Monastero con altri vescovi e molli 
sacerdoti, e qui avendo preso in mano il bastone pastorale, 
disegnò con esso una cappella o piccola chiesa nell'orto 
vicino, dentro il muro della città, da edificarsi dalla ba- 
dessa. Disegnò poi un cimitero avanti alla cappella me- 
desima dalla parte della strada che passava per la vicina 
pusterla, e infine la casa del cappellano presso alla cap- 
pella medesima, dalla parte di mezzodì, con un accesso 
dalla stessa strada della Pusterla (1). 

(1) GiULiNi: Voi. II. 



- 32 - 

La fabbrica progellala dal vescovo, veniva dunque trac- 
ciata da lui slesso sul terreno : ma la costruzione effettiva 
era poi affidata alla Corporazione dei magistri, alcuni dei 
quali attendevano alle opere in muratura, altri a quelle 
di carpenteria (1), altri infine alla parte decorativa. 

Ora, gli scultori, fra i magistri, godevano necessaria- 
mente una certa indipendenza nella scelta dei motivi e 
delle forme ornamentali da scolpire sui capitelli e in tutte 
le parti delle basiliche. I capitelli che dovevano collocarsi 
in posizione facilmente accessibile, come lungo i loggiati 
interni ed esterni delle chiese, e all' ingiro degli absidi 
venivano messi in posto appena sbozzati, e lavorali quindi 
sul posto medesimo; gli altri che andavano collocali a 
notevole altezza, si lavoravano a pie d'opera, ma parecchi 
artisti erano contemporaneamente occupali. Noi troviamo 
diffatli assai volte nella medesima chiesa alcuni capitelli 
lavorali a profusione, altri affatto privi d'ornamenti, altri 
infine scolpiti solamente a metà o in parte. È a questa 
medesima circostanza che devesi attribuire la ricca varietà 
di molivi ornamentali, di intrecci, di rabeschi che noi 
riscontriamo nei capitelli d'uno slesso edificio e la note- 
vole differenza nel carattere delle sculture dall'uno al- 
l'altro, e infine quella serie multiforme di mostri e dì 
figure bizzarramente intrecciale che appaiono nei capitelli 
e lungo i fregi di molle basiliche lombarde. 

Il simbolismo religioso ammetteva bensì che nelle scul- 
ture sacre venissero introdolle figure d'animali e intrecci 

(1) I carpentieri sono nominati in un diploma deU' imperatore Cor- 
rado, del 1033, diretto al Monislcro di S. Pietro Cielo Aureo di Pavia 
<' Omnes inauper ìllos Carpentarius , quos ipse sanctus locus per pre" 
cepte passidet paginam tempore Àntecessoris nostri Liutprandri Regi$ i 
in Valle que dicitur AnlelamOf vel eos qui sunt in Besezolo. » Giù- ' 
LINf, Voi. 2. 



— 33 — 

geometrici allegorici, ma ò chiaro che una voi la che Tar- 
tisla era autorizzalo a valersi di tali fonti decorative, la 
scelta dei motivi come il loro modo di esecuzione dovevano 
necessariamente variare a seconda dell'abilità e del grado 
di cultura dell'artista. Ammettiamo dunque bensì il sim- 
bolismo come origine prima di tali singolari rappresen- 
tazioni, ma mentre nella goffa e puerile esecuzione ve- 
diamo una prova dello stato miserando in cui era caduta 
la scultura figurativa (1), nella loro strana e mostruosa 
varietà riscontriamo più che altro un'impronta caratteri- 
stica dello stato morale delle classi popolari in quei tempi 
di fantastiche paure. 

Ed ora, tornando ai capitelli del Monistero d'Aurona, ci 
sembra, per quanto abbiamo esposto, che l'iscrizione re- 
lativa al vescovo Teodoro, scolpita nell'abaco di uno dei 
capitelli rinvenuti, non debba considerarsi come parte o 
complemento della sua iscrizione sepolcrale: questa sarà 
stala dettata dal suo successore o da qualche letterato 
contemporaneo, scolpita sull'urna, ed avrà tessuto le lodi 
per così dire ufficiali dell'estinto. Ma piuttosto debba ri- 
tenersi tale iscrizione come l'espressione del concetto in 
cui era il vescovo presso le classi popolari, una specie di 
giudizio sul medesimo, formulato dal popolo, più o meno 
veritiero di quello dell'epigrafe, ma che potrà essere stato 
diverso da questo perchè proveniente da diversa fonte. 

Come si può mai ritenere difatti che uno dei capitelli 
contenga una parte della iscrizione sepolcrale, mentre 

(1) E un fatto che mentre la scultura ornamentale poteva dirw in 
fiore per la ricchezza dei concelti e delle forme, e per una certa si- 
curezza d'esecuzione, la rappresentazione degli animali, e specialmente 
della figura umana, era caduta in uno stato veramente infantile, tal- 
ché si direbbe che gli artisti avessero smarrito ogni concetto delle 
proporzioni delle parti. 



— 3i — 

un'altra che appartenne allo stesso monumento, nella 
iscrizione « Jidianum me fecit sic pulchrum « non dà 
che un giudizio affatto personale dell'artista, anzi un elogio 
della propria opera? 

Quanto agli altri capitelli rinvenuti nello scavo, pre- 
sentano motivi ornamentali svariati, e le sculture più 
ricche di quelle del S. Pilastro, illustrate dali'Odorìci (1), 
e dei capitelli del Ciborio di Val Pulicella, edificalo da 
« Ursus magùter ciim discipnlù Snù Juvmtms et Jo- 
» Viano, » per ordine di Liutprando: non appartengono 
però tutti ad una stessa epoca. 

In taluno la croce occupa il mezzo del campo del ca- 
pitello, come al S. Vincenzo e nei due edifici ora men- 
levati, tutte opere pressoché contemporanee; e gli orna- 
menti che a destra ed a sinistra comprendono la croce 
non sono le consuete foglie, e neppure i motivi dei drappi 
orientali, di cui fan pompa i capitelli posteriori dell'atrio 
di S. Ambrogio (2), ma un di mezzo caratteristico, che ha 
del romano e del bisantino insieme o che ricorda davvi- 
cino alcuni ornamenti in stucco del S. Pietro di Givate. 
Ma le fusarole e le fascio scolpile ad intrecci, formanti 
l'abaco di parecchi altri capitelli, e la forma intera dei 
medesimi, sono caratteri che li avvicinano in un modo 
sorprendente a quelli dell'interno del S. Ambrogio. 

Però nei frammenti del monumento, finora rinvenuti, 

(1) Vedi Le Antichità Cristiane di Brescia. 

(2) 1 drappi oricnlali, le stoffe ricamale, le ricche pelliccic, erano 
allora in gran voga in Lombardia, dov'erano recate dai mercanti 
veneti provenienti dal Levante. La ricchezza delle vesti dei signori 
lombardi, rimpelto alle rozze pelli di castralo di cui era coperto Carlo 
Magno nel 77G quando tornò in Italia, ha dato luogo ad un certo 
aneddoto raccontato da un monaco di S. Gallo che scrisse la Vita 
del medesimo re, inserita nella raccolta del Duchcsnc. 



— 35 — 

air infuori di qualche figura d'animali affatto simbolica, 
come lo due colombe beventi ad un vaso, la testa di vi- 
tello e le caccio intrecciate fra le foglie, non v'hanno 
altre rappresentazioni figurate; nel loro assieme dovettero 
certamente comporre un elegante monumento sepolcrale; 
e se fosse possibile di trovarne frammenti bastevoli a in- 
tendere per intero la forma, avremmo un prezioso docu- 
mento della storia dei magislri comacini ai tempi longo- 
bardi. È probabile che il monumento sepolcrale constasse 
di un arco portato da due colonnette isolate e da due 
pilastrini incassati nella parete a cui il monumento me- 
desimo era addossato: ciascunjpilastrino sarà stato colle- 
gato alla corrispondente colonnetta mediante un architrave 
lavorato, come se n è rinvenuto difatti negli scavi: l'as- 
sieme sorgente da uno zoccolo di pietra posato al suolo, 
avrà coperto l'urna del vescovo. 

Tale concetto, che nel suo assieme richiama davvioino 
i ciborii del IX secolo, lo vediamo assai comune nei mo- 
numenti sepolcrali posteriori, cioè dei secoli XIII e XIY, 
tanto all'interno quanto all' esterno delle chiese: vi ap- 
partengono per esempio, fra tante altre, lo due tombe di 
Corenno sul lago di Como. 

La basilica a vòlta è dunque assai antica in Lombardia, 
poiché ne vediamo un modello completo nel S. Ambrogio 
fin dalla fine dell' Vili o dal principio del IX secolo; e 
come tale sistema non potè sorgere intero nella testa del- 
l'architetto dell' ambrosiana , ma dovette , come ogni pro- 
gresso umano, procedere per passi_[successivi, no risulta 
che, durante il dominio longobardo, si dovettero costruire 
delle basiliche in tutto o in parte voltale, le quali avranno 
presentato la storia cronologica e^tecnica di quel sistema. 

A queste conclusioni eravamo già pervenuti , parecchi 
anni or sono, in uno studio, rimasto incompleto sull' ar- 



— 36 - 

chiteltura lombarda, inserito nel Politecnico del 1862: le 
nostre indagini posteriori, poche, è vero, e staccale, ci 
mantennero però sempre e ci confermarono nelle medesime 
convinzioni. 



VII. 



A Calvenzano, nell'agro milanese, che ebbe una recente 
illustrazione storica (1), sorge ancora il vetusto tempio di 
S. Maria, una volta posseduto dagli arcivescovi di Milano, 
poi da Anselmo III ceduto nel 1093 alla Badia di Giugni, 
con un suo diploma in cui è detto: « Sancta Maria Ec- 
» clcsiam de Calvenzano, quem ex-nostra ecclesia tenehant 
» longo tempore. » 

Le sue forme icnografiche sono le stesse del S. Am- 
brogio, meno la cupola, che noi ci ostiniamo a ritenere 
un'aggiunta posteriore anche nella basilica milanese; la 
nave maggiore, cioè, ampia il doppio dello minori, co- 
sicché ogni campo di volta essendo quadrato, un arco 
longitudinale della prima no comprende due della seconda; 
insomma le stesse disposizioni che vedonsi nel S. Michele 
di Pavia, dove però la cupola è coetanea al tempio. 

La chiesa di Calvenzano non fu mai terminata, come 
accadde della maggior parte degli edificii religiosi dei secoli 
scorsi, sempre concepiti con idee piìi ampio della borsa. 
Un manifesto restauro, fatto a scopo di rinforzo, vedcsi 
in certi archi lungo i fianchi esterni, colleganti tra loro 
i contrafforti sporgenti, i quali archi coprono in parte le 
antiche fineslrole: questo modo di rinforzo ò perfettamente 
identico a quello che fu praticalo al S. Ambrogio, e forse 

(I) BiRAcni: Boezio filosofo^ teologo e martire a Calvenzano milanese. 



— 37 — 

da esso imitato Un ricco molivo ornamentale e simbolico 
decora l'archivolto della porla, ma nell' interno è affatto 
disadorna; i capitelli dei suoi robusti piloni a fascio sono 
appena sbozzali, o mancano affatto; e solamente le lesene 
che fiancheggiano l'abside presentano scolpita nel capitello 
un'aquila dalle ali semiaperte, che vedesi in tanti altri 
edifìcii. Ebbe tre absidi, ma ora ne rimangono due soli; 
e di questi il minore venne convertilo in sagrestia in un 
tempo abbastanza antico, mediante un muro che fiancheggia 
il presbitero ed un altro che chiude in testa la nave mi- 
nore sinistra. All'esterno dell'abside mediano sono due 
contrafforti, che non sono aggiunti, ma contemporanei alla 
parete, come in parecchie altre chiese non anteriori al X 
secolo, e che non appaiono mai in quelle dell' Vili o del 
IX; né può ritenersi l'abside aggiunto o reslauialo, per- 
chè la struttura del suo esterno è affatto simile a quella 
dei fianchi, con quelle fascio di mattoni inclinate in senso 
opposto, chiuse fra filari di mattoni in piano. Finalmente, 
nei pochi rozzi capitelli appaiono qua e là forse le prime 
traccio di quel tipo particolare, che chiamasi capitello 
cubico, che divenne così generale nell'XI secolo {[ig. 4."^), 




(Figura 4.*) 
del quale non v'ha esempio nel S. Ambrogio, e che, se 



- 38 — 

ben ci ricorda, non riscontrammo mai in edificii vera- 
mente anteriori al decimo. 

Di quel medesimo tipo particolare della basilica a volta, 
che è rappresentato dal S. Ambrogio nei primi anni del 
IX secolo e dalla chiesa di Calvenzano forse nel X, ab- 
biamo un altro insigne esempio in Milano nella chiesa di 
S. Celso, fabbricata dall'arcivescovo Arnolfo nel 996. 
Questo interessante e vetusto edificio, in parte tuttora 
sussistente, presenta le medesime disposizioni icnografiche, 
ed è pure privo di cupola come i due mentovati, ed ha poi 
una speciale rassomiglianza alla chiesa di Calvenzano. Il 
suo abside è munito all'esterno di due robusti contrafforti, 
e si stacca direttamente dalla navata, senza interposizione 
di quel campo del presbitero che vedesi a S. Ambrogio: 
le finestre che dall'abside danno luce all'interno sono am- 
pie, ma hanno le spalle sagomate a risalti, come nelle 
opere anteriori di^poco al mille o posteriori. I capitelli 
dei piloni a fascio dell'interno sono ricchi di fogliami 
caratteristici, di intrecci e di figure mostruose, ma il modo 
col quale sono scolpite, palesa un regresso dell'arte scul- 
toria: il rilievo delle figure e alto e tondo, non piatto 
come nei lavori più antichi. Però questa chiesa che, come 
quella di Calvenzano, non ebbe mai loggie sulle navi mi- 
nori, se fosse intera, paleserebbe un'ossatura migliore di 
quella del S. Ambrogio e un carattere di minore pesan- 
tezza: e non sappiamo con quale argomento tecnico taluno 
vorrebbe farne risalire la costruzione a tempi assai pivi 
remoli. Potrebbe darsi che l'abside sia anteriore al resto; 
ma ad ogni modo ciò che caratterizza la struttura del- 
l'edificio, non ò l'abside, ma il corpo della chiesa. 

Visitammo il luogo dell'antica Laus Pompcja, ora Lodi 
Vecchio, distrutta interamente dai Milanesi nel 1111; e 
in quelle campagne squallido ancora e deserto, di cui i 



— 39 - 



coloni vanno vendendo il fertile terriccio, sorgono tuttora 
pochi avanzi dell'antico duomo. Ebbe tre absidi, tre navi 
e dimensioni notevoli: i fondamenti della cerchia delle 
absidi, ora messi a nudo per la ragione menzionata, si 
mostrano formali a strali di grossi ciottoloni, ben contesti 
a bagno di malta, come apparvero quelli del S. Ambrogio 
all'epoca dei restauri. Lo schizzo che qui diamo (fig. 5.^) 







(Figura 5.') 

dell'attaccamento dell'abside minore alla parete longitudi- 
nale, mette in evidenza la struttura generale dell'edificio, 
ossia palesa una basilica interamente voltata. Chi non 
esclamerebbe nel contemplare quei pochi avanzi: Ecco le 
ruine di un tempio gotico? E notisi che le poche basi 
attiche superstiti palesano un'indubbia antichità, perchè 
prive di quegli unghioni d'accordo fra il toro e gli an- 
goli del plinto, che sono cosi comuni nelle chiese lom- 
barde. 



— iO — 

Poco lungi (la questi melanconici Icslimonii del hol 
vivere d'un tempo, traspare fra il verde delle piante la 
bella facciata di mattoni del S. Bassano, che fu catte- 
drale dopo l'eccidio di Lodi, finché i cittadini furono co- 
stretti dai Milanesi di trapiantarsi altrove e di fondare la 
nuova città. 

Questa chiesa, a chi ne guarda la fronte a finestre 
ogivali binate, e gli archetti intersecati che le fanno cor- 
nice sulla fronte e lungo i fianchi, e la graziosa porta, e 
le belle vòlte dell'interno sopra archi rialzati, colla loro 
struttura dipinta a fascio alternate di mattoni e di pietre, 
la giudica a tutta prima opera del XIV secolo, ed è ten- 
tato di passar oltre. 

Ma volgendo lo sguardo ai piloni a fascio che sorreg- 
gono le volle, allo stile degli svariali intreccie dei mostri 
che appaiono nei capitelli, ed alla saliente discordanza fra 
queste parti e le superiori, nasce spontaneo il sospetto di 
un restauro, anzi di un vero completamento, eseguito nel 
XIV secolo, ad un edificio assai più vecchio. 

Le forme icnografiche del tempio rappresentano bensì 
una basilica a vòlta, ma non sul tipo del S. Ambrogio di 
Milano, bensì su quello del S. Teodoro e del S. Pietro 
Cielo Aureo di Pavia (fig. C"). 

I campi della nave maggioro non sono quadrali, come 
in tutte le chiese mentovate finora, ma invece hanno nel 
senso longitudinale l'eguale larghezza dei campi dello navi 
minori; ossia ciascuno dei pilastri a fascio porla contempo- 
raneamente l'arco trasverso della media e quello di un'ala. 
Nasce da questa disposizione, lo svincolo dell'ampiezza 
della nave mediana dalle proporzioni delle minori, o 
quindi una maggiore libertà nella scelta del relativo rap- 
porto, il che ha molta infiuenza sull'ciretto estetico, tanto 
dell'interno quanto o più della fronte. 



— il- 
io causa (li tali vantaggi, questa disposizione fu a pre- 
ferenza adottala nel periodo di maggiore sviluppo dell'ar- 
chitettura archiacuta. 




'^••/ ^'^ìV W' 



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(Figura 6/) 

gli architetti dei secoli bassi, amanti delle forme 
geometriche regolari per la tradizione romana e bisantina, 
non vollero o non si credettero capaci di elevare delle 
vòlte a crociera su campi rettangolari, ed in allora questa 
maniera è posteriore a quella del S. Ambrogio; oppure 
devesi intendere in quella particolare disposizione la ba- 
silica colle sole navi minori voltate, ed allora essa sta di 



— 42 — 

mezzo fra le chiese del V e del VI secolo col solo san- 
tuario voltalo, come nella basilica Fausta milanese, e 
quelle interamente a vòlta, come nel S. Ambrogio. 

La seconda ipotesi ci sembra più razionale, e perciò 
più probabile, ma non abbiamo argomenti bastevoli a 
strascinare in quel senso il voto d'alcuno, tanto più cho 
riteniamo, almeno il S. Teodoro, per opera posteriore 
d'assai al S. Ambrogio; però non sappiamo dimenticare 
quell'umile chiesuola di S. Garpoforo sul Baradello, una 
parte della quale apparterrebbe al medesimo tipo / e la 
cui costruzione risale forse al secolo Vili. 

Una simile disposizione icnografica vedesi pure nei pochi 
ruderi della chiesa di Santa Giulia di Bonale, della quale 
il professor Dartein darà presto i disegni, e che noi so- 
spettiamo più antica del S. Celso e della chiesa di Gal- 
venzano, perchè non ha il campo del presbitero, né spe- 
roni agli absidi, e per la mancanza del capitello cubico. 
Però, mentre nel S. Bassano e nel S. Teodoro le crociere 
delle vòlte non hanno espressione nella pianta del pilone 
a fascio, l'hanno marcatissima in questa. Aggiunge- 
remo che le disposizioni dei piloni del S. Bassano e del 
S. Teodoro permettevano già di escludere nella compo- 
sizione del tetto le grosse travature, perchè gli arconi 
trasversi della nave media dovevano tenero il luogo delle 
capriate. 

Tornando al S. Bassano, gli argomenti addotti non sono 
i soli per dubitare che la sua ossatura fin sopra i capi- 
telli sia più antica del rimanente. Le navi minori sono 
chiuse in testa da muri retti, ma un risvolto dei pilastri 
che li fiancheggiano lascia supporre che terminassero esse 
pure con un'abside. Fra l'abside mediana e l'altro campo 
della nave maggiore è frapposto il campo rettangolare del 
presbitero, voltato a botte come al S. Ambrogio. Ma qui 



— 43 — 

pure il muro vi è male innestalo, e lascia supporre che 
tutta quella parte, presbitero ed abside coi suoi robusti 
speroni, siano stati aggiunti: tanto più che la cornice ha 
gli archetti intrecciati che non sono anteriori alla fine del 
XII secolo. 

Né basta: al disopra degli archi longitudinali della na- 
vata media, e fra essi ed i corrispondenti archi superiori 
che portano la vòlta, sono da un lato dipinte delle finestre 
bifore ad archi acuti, e dall'altro lato le medesime sono 
scavate nella parete a semplice bassorilievo, non potendo 
aprirsi perchè corrispondenti fra il tetto e la vòlta delle 
navi minori, le quali dovettero esser voltate fin dall'o- 
rigine. Finalmente gli enormi speroni, che sporgono 
lungo i fianchi e salgono fino al disopra del tetto 
delle navi minori quasi archi rampanti primitivi per 
bilanciare le spinte delle vòlte, sono parli che non hanno 
nulla a fare colle disposizioni icnografiche e coli' epoca dei 
capitelli. 

Questi sono privi affatto di abaco, ma non hanno punto 
il carattere dei capitelli cubici, bensì assai somiglianza 
con quelli dell'atrio di S. Ambrogio, ed hanno intrecci 
geometrici, fogliami e mostri come quelli, ma un'esecu- 
zione più rozza. Da tutto l'esposto, risulta che l'ossatura 
della chiesa è la parte più antica, e può rimontare alla 
fine del IX od al X secolo; che posteriormente furono 
aggiunti il presbitero e l'abside mediana, dopo tolte le 
absidi preesistenti; e che allora, o ancor più tardi nel 
XIV secolo, fosse stata coperta colla sua bella vòlta at- 
tuale e si fosse rinnovata la facciata. 

Al disopra dell'abaco di uno dei capitelli ovvi una rozza 
scultura a grosso rilievo. Figura una persona seduta sopra 
uno sgabello dinanzi ad un tavolo, verso il quale essa 
tende le mani e inclina il corpo come di chi è intento a 



— 44 — 

un lavoro manuale: tiene fra le mani un oggetlo che sta 
lavorando, e sul tavolo stanno due scarpe o bassi coturni. 
E notevole che questa stessa rappresentazione è ripetuta 
nella medesima chiesa sopra uno dei pilastri incassati. 
Tale scultura rappresenta senza dubbio un calzolaio in- 
lento al proprio lavoro, ma a che scopo sia stata scolpila 
entro la chiesa è difficile il dire. Scnonchè troviamo che 
al principio del XIII secolo eravi presso la chiesa di 
S. Bassano, una di quelle case di lavoro o Lavorerii che 
esistevano presso parecchie nostre chiese, per ricoverarvi 
persone povere ma atte al lavoro, le quali, sotto la di- 
pendenza e direzione d'un capo o soprastante, venivano 
impiegate in utili mestieri col cui guadagno sostentavano 
la vita. Infatti in una pergamena del 1217 (1) sono no- 
minati « Domniis Magister Guarardus Pricignocus 311- 
nister et Rector Lahorerii Sancii Marice et Sancti Bas- 
siani de Laude et Domnus Amhroxius Canonicus Lau~ 
densis ... (t) » 

Ora è probabile che fra i mestieri attivati nella Casa 
di lavoro di S. Bassiano, quello del calzolaio contasse un 
maggior numero di esercenti, in modo che avessero quasi 
la rappresentanza di quella specie di corporazione: è pro- 

(1) Le Vicende di Milano durante la guerra con Federico l, per 
Massimo Fabio. — Milano. 

(2) Una ve n'era di queste Case di lavoro presso la chiesa di 
S. Simpliciano di Milano, a cui vicn fatto un lascito da un nostro 
conciltadino Alberigo Ferrarlo in una pergamena del 1142, ove è 
detto « el Labor Sancti Simpliciani ». — Un'altra esisteva presso la 
Metropolitana, rammentata in una carta del 1184 « in domo Labori 
Sancta 31aria: Jemales » e da una del 1194 « in civitate Mediolani 
domum Laboris. » — Anche presso la chiesa di S. Ambrogio inlinc 
vi era una Casa di lavoro ricordata da Alessandro IH in una sua 
bolla del 1174. — Lo moderne Ca.sr, di lavoro hanno dunque presso 
noi una storia che discende fino al XII secolo. 



Labile che gli operai del Lavorerio contribuissero perso- 
nalmente nella fabbrica di quella parte della chiesa che 
dovea attribuirsi al XUI o al XIV secolo, e che con tali 
sculture si volesse lasciare un perpetuo ricordo dell'opera 
da essi prestata. 

Le notizie storiche relative alla chiesa sì riducono per 
altro a pochissime. All'interno del suo abside ovvi un'iscri- 
zione italiana, posta ivi per memoria d'un'altra latina, che 
trova vasi nella vecchia sacrestia demolita. Dice che la chiesa 
fu fabbricata da S. Bassano nel 380, consacrata da S. Fe- 
lice e da S. Ambrogio, e dedicata « ad onore di Dio e 
dei Santi Apostoli » ; che fu dedicata al fondatore dopo la 
sua morte, avvenuta nel 413; e che la medesima chiesa 
rimase intatta nella distruzione della città. Altre notizie 
sono: che Andrea, vescovo di Vercelli, l'abbellì, e forse 
l'ampliò nel 994; distrutta Lodi, servì da cattedrale fino 
all'edificazione della nuova città. Minacciando poi rovina 
nel 1320, la città vi fece fare molte riparazioni, e la diede 
ai frati ospitalieri. 

A Castel Seprio, borgo importante nel medio-evo, perchè 
capo di un contado, come furono Stazzona e la Martesana, 
ma distrutto anch'esso dai Milanesi nel XIII secolo, le 
nostre aspettazioni furono pressoché deluse. Non che pre- 
tendessimo di vedervi tuttora le antiche mura alte parecchi 
metri, e il castello e le torri e le chiese « di struttura 
longobarda », nello slato in cui tutto questo vide il Ca- 
stiglioni (1); ma anche le notizie di visito recenti ci ave- 
vano lasciata la speranza di trovarvi ricordi bastevoli 
almeno a fornirci un concetto della struttura dei suoi 
edifìcii religiosi. 



(1) Castiglio:si Bonaventura: Gallorum Insuhrum AntiqucB Sedes. — 
Milano, 1541. 



— u — 

Castel Seprio potè essere un mucchio di rovine fino al 
secolo scorso: ora non è che un assieme di mucchi di 
ciottoli e di pietrame, sparsi qua e là fra sterpi e bosca- 
glie selvaggie, sovra un altipiano che domina la melan- 
conica valle dell'Olona. Un tozzo di muraglia, contesta di 
ciottoli e girata a semicerchio con traccio di un doppio 
ordine di finestre arcuate, sorgente fra informi macerie, 
è tutto quanto avanza della chiesa di S. Giovanni, già 
plebana di moltissime altre. Dell'altra chiesa di Santa Maria 
tiene il posto una rozzissima cappella, che si direbbe co- 
struita dai Galli di Belloveso, ed è fatta da pochi anni. 
L'unico avanzo, che presenta almanco le forme icnografi- 
che, ma le quali ben presto spariranno esse pure, è quello 
di un antico tempietto o battistero esagono, da uno dei 
cui lati si stacca un abside semicircolare. Ebbe forse un 
giro di colonne o di pilastri all'interno, e quindi un dop- 
pio ordine di loggie. Lo schizzo che qui diamo del pila- 
stro a fascio d'uno degli angoli basta a mostrarne il ca- 
rattere lombardo antico (fig. l.""). 

Attorno al piccolo abside girano i soliti archetti, inter- 
calati a due a due da lesene sporgenti in risalto dal muro. 
Una circostanza degna di nota, o che rilevammo tanto in 
questi avanzi, quanto in quelli del S. Giovanni, si è l'im- 
piego del tufo qua e là nella struttura, come nelle piii 
vecchie chiese da noi osservate sul lago di Como e nei 
dintorni; poi l'uso del mattone a formarne gli archetti; o 
ciò che è ancor più notevole, i pilastri a risalti sporgenti 
dagli angoli, mentre le pareti mostrano l'antico apparec- 
chio in ciottoli, a strali inclinati oppostamente nei due 
sensi, lo volte sono di pietrame. Le finestrole sono piccole 
svasate come quello del IX secolo, senza alcuna deco- 
razione, all'infuori d'un arciiivolto in tufo. 

Quest'antica struttura può benissimo rimontare all'YIII 



— 47 — 

al IX secolo, ma non abbiamo alcuna notizia slorica da 
citare a riprova. Più notevoli sono gli avanzi della chiesa 
monastica di Turba, fabbricata all'esterno delle antiche 
mura di Castel Seprio, poco discosta dalla strada che mette 
a Castiglione d'Olona, e prossima ad una vecchia torre 
diroccata. 




(Figura 7.') 

Un bell'abside, colla cornice ad archetti e le solite fa- 
scie alternate di ciottoli e di pietre liscie, ed una bella 
e ricca finestrola lombarda sul fianco, simile a quella del- 
l'oratorio di S. Lazzaro fuori delle mura di Pavia, atte- 
stano un ricordo dell'XI o del XII secolo. 



— 48 — 

A Vapiùo, sulla destra dell'Adda, di fronte al paese di 
Canonica, che tiene il luogo dell'antico Pons- Aureoli, là 
dove sorgeva il ponte romano edificato da Claudio II alla 
memoria di Aureolo da lui vinto ed ucciso, sorge la chie- 
suola di S. Colombano, uno dei più graziosi monumenti 
dell'architettura lombarda. È un oratorio in una sola nave, 
terminato ad oriente dal presbitero, formato in tre campi 
coperti a vòlta e separati da due pilastri a fascio: dal 
campo di mezzo poi si stacca l'abside semicircolare. La 
navata è divisa in due campi da un arcone che porta due 
falde del tetto. Il concetto di questa pianta ricorda quello 
dell'oratorio di Cividale nel Friuli e il S. Pietro di Givate, 
ma non può ritenersi un edifìcio altrettanto antico. Ai 
fianchi della porta principale e sui capitelli dei pilastri 
menzionati , abbondano i mostri e le tozze figuro umane 
e gli intrecci. Bellissima è la struttura esterna dei fian- 
chi e la cornice ad archetti, in parte della seconda ma- 
niera, terminala in sommità da una specie di gola scolpita 
a foglietto dai lembi sovrapposti; e graziose sono le sin- 
golari finestrole, finite a semicerchio tanto al dissopra, 
quanto al dissotto. Le finestre dell'abside, strette e lunghe 
a guisa di feritoie, fiancheggiate da gentili cordoni, ri- 
chiamano da vicino quelle di Gravedona; ma qui non 
v'ha traccia del capitello cubico. Un altro motivo origi- 
nale vedesi in certe finestre circolari sottoposto a ciascuna 
di quelle dell'abside, chiuse all'interno da una pietra tra- 
forata a foggia di rosa gotica quadrifoglie. È noto che 
queste pietre traforato tenevano il luogo dei vetri; e ve 
n'hanno altri esempii, non però in Lombardia, per quanto 
sappiamo, ma al S. Miniato di Firenze, a Torccllo e in 
molte bisantinc. 

Non sappiamo nulla sulla storia di questa interessante 
chiesuola, se non che S. Carlo, visitandola nel 1570, la 



— i9 — 

trovò « ruinosa et discoperta » (1). E che fosse tale un 
tempo, appare tuttora dal vedere come la parte superiore 
del suo frontone orientale ò costituita in mattoni, mentre 
il resto è in pietra. 

Nel 1160, Federico Barbarossa minò il castello di Pon- 
tirolo, e il ponte ivi fabbricato dai Milanesi sul posto del- 
l'antico di Claudio II, poi se ne andò a Lodi; ma poco 
contento d'aver lasciata intatta una chiesa, fortificata e 
difesa da molta gente, prese con sé una macchina per 
gettar sassi, e avvicinatosi a quel tempio, se ne impa- 
dronì. Il Giulini, che ci dà queste notizie (2), ritiene che 
la chiesa fosse quella stessa di Pontirolo, oppure la sua 
canonica ; però, quando si consideri la posizione strategica 
del promontorio su cui s'eleva il S. Colombano, il quale 
domina i serpeggiamenti del fiume; e l'uso invalso in quei 
tempi di servirsi delle chiese come di fortilizii, talché s'ha 
memoria d'alcune fortificazioni erette perfino sulla basilica 
di S. Ambrogio nel 1143, si potrebbe con qualche fon- 
damento opinare che il fatto si riferisca a questo oratorio 
e non alla chiesa di Pontirolo, collocata in pianura e di- 
scosta dal fiume. 



VII. 



Noi non vogliamo fare la storia dell'architettura lom- 
barda, nostro intendimento essendo solamente quello di 
mostrare brevemente la via da essa tenuta avanti e dopo 
il mille, per provare l'antichità della basilica a volta: i 
modelli da noi citati non furono scelti artificiosamente^ 



(1) Questa notizia trovasi negli Atti delle Visite di S. Carlo. 

(2) Voi. HI, pag. 559. 



— so- 
ma discorremmo di quelli che avemmo campo di studiare. 
Ed essi mostrano a sufficienza come nei bassi tempi fiori 
in Lombardia un'architettura complessa nelle forme, ricca 
negli ornamenti, la quale ebbe bensì per base la bisantina, 
ma se ne staccò per elevarsi a sistema originale. 

Ripigliando ora le traccio dell'altro tipo di basilica, che 
vedemmo nel S. Vincenzo di Milano sorgere probabilmente 
contemporanea al S. Ambrogio, come un rivale modesto 
all'apparenza ma ardito negli intenti, ricordiamo la chiesa 
di Aitiate nella Brianza, che vuoisi costruita dallo stesso 
arcivescovo Ansperto che vi fondava la canonica, ma che 
potrebbe essere alquanto più antica, perchè non presenta 
affatto i caratteri del modo di edificare di quel vescovo 
ambrosiano. Ha tre navi formate da un doppio rango di 
colonne, e tre absidi; ma fra queste e le prime colonne 
sta il campo del presbitero voltato, chiuso da muri d'ala, 
al di là dei quali il campo quadrato, che precede le ab- 
sidi minori, è pure coperto a volta. Tale disposizione non 
è in Lombardia anteriore al IX secolo, e la vedemmo 
adottata anche nella basilica a vòlta: essa ricorda il 
S. Lorenzo ed il S. Marco ed Achilleo di Roma, pure edi- 
ficate nei primi anni del IX secolo. Il presbitero è assai 
elevalo, perchè al disotto sta la cripta, e vi si ascende 
per una gradinata dalla nave mediana; e perchè questa 
non inceppasse il passaggio di fianco, il primo arco della 
navata a destra ed a sinistra è assai più ampio degli al- 
tri. Materiali assai più antichi vedonsi adoperati nella 
struttura della chiesa, come in tante altre anteriori e po- 
steriori, per esempio nella stessa basilica latina di S. Fre- 
diano a Lucca, che il Corderò (1) ritenne per opera Len- 
ii) V. Corderò di San Quintino: Dell'italiana Architettura al tempo 
det Longobardi. — Brescia, 1829. 



— 51 — 

gobarda, facendone quasi il perno del suo sistema demo- 
litore, mentre invece fu riedificata dalle fondamenta nel 
XII secolo, e cioè fra il 1112 e il 1140 (1). 

Portiamoci ora al luogo di Baggio, situato a poche mi- 
glia fuori di Milano, dove un'umile chiesetta, rovinosa per 
l'antichità e per la pessima costruzione, merita il nostro 
esame: quella chiesa fu innalzata verso la metà del- 
l'XI secolo dal papa Alessandro II, che fu prima An- 
selmo da Baggio. Ha tre navate sostenute da semplici co- 
lonne, col presbitero voltato: è dunque una pretta basi- 
lica latina. Ne'suoi capitelli, ricchi di fogliami intagliati 
nella solita maniera, coll'abaco ricurvo al modo romano, 
non v'ha alcuna traccia di figure simboliche o no, né un 
intreccio geometrico di sorta; l'arte lombarda v'è dunque 
affatto sbandita: quei capitelli dell'XI secolo richiamano 
invece assai davvicino alcuni che appaiono qua e là nel- 
r atrio di S. Ambrogio, i quali non hanno a che fare 
cogli altri, e palesano un restauro eseguito forse nel me- 
desimo secolo e probabilmente dall'arcivescovo Anselmo IV 
da Boiso, il quale per asserzione di parecchi nostri cro- 
nisti, risarcì l'atrio della basilica Ambrosiana concedendo 
poi quei diritti ai visitatori del tempio nel giorno della 
festa di S. Protaso e Gervaso, i quali sono indicati nella 
lapide del 1398 incastrata in una parete dell'atrio me- 
desimo. 

Latina è pure la cadente basilica di Galliano, ora con- 
vertita in abitazione colonica, dove qua e là si vedono 
ancora le antiche pifture che la rivestirono per intero al- 

(1) Questa notizia trovasi in un Ragionamento del professore Ri- 
dolG, letto all'Accademia lucchese, il 28 giugno 1853: è ancora ine- 
dito, ma se ne dà ragguaglio nel tomo XV degli atti della medesima 
Accademia. La medesima notizia è poi citata in una memoria del si- 
gnor Bini Tclesforo, inserta nel tomo XVII degli atti, anno 1861. 



— 52 — 

l'interno, fattevi eseguire nel 1007 dall'arcivescovo Eri- 
berto, che la rifabbricava sul luogo d'un'altra del V se- 
colo e della quale era rimasto l'antico altare a tavolo, 
trasportato di recente a Como nel Sant'Abbondio. Taluno 
vorrebbe ridurre l'opera di Erìberto ad un semplice re- 
stauro; noi non siamo di questo parere, sembrandoci che 
le chiese rurali del V secolo fossero assai più povere ed 
avessero a preferenza la forma a croce; poi il dipinto a 
fresco rappresentante quel vescovo, che era nella basilica 
e venne poi. trasportato a Milano nell'atrio della Biblio- 
teca Ambrosiana, lo rappresenta con in mano la chiesa, 
e questo fu sempre ritenuto come l'antico modo di espri- 
mere che l'edificio fosse stato eretto dal personaggio fi- 
gurato (1). 



Vili. 

Vedesi che, fin dopo il mille, i due tipi di basilica ri- 
mangono distinti, e che, se da un lato sorgeva una ba- 
silica a volta coi suoi rabeschi e i suoi centauri, grifi, 
serpi, sirene, ecc., dall'altra se ne fabbricava una seconda 
le tradizioni romane, con colonne monoliti e capitelli co- 
rinzii lavorati alla foggia dei tempi, qualche figura stret- 
tamente simbolica sugli amboni, e il tetto a capriate. Se 
i due tipi avessero rappresentato idee religiose diverse, 
avrebbero potuto rimanere djstinti, e ciascuno continuare 
la propria via; ma siccome erano due simboli d'un me- 
desimo culto, è evidente che il dualismo non poteva sus- 
sistere intero, e che o l'uno doveva assorbire interamente 



(1) Vedasi sulle anlichilà di Cantù: Monumenti e Storia del Borgo 
di Cantù, del Prevosto Annoni. 



— o3 — 
l'altro, oppure dovevano coDgiungersi e inneslarsi per cosi 
dire l'uno sull'altro. 

Ma è difficile il credere che, mentre la forza d'attra- 
zione del tipo latino proveniva dalla sua maggiore anti- 
chità e dalle grandi memorie religiose di cui era il sim- 
bolo primogenito, la virtù dell'altro sistema stesse solo nei 
suoi vantaggi di poter elevare maggiormente gli edificii 
senza ricorrere alle colonne monoliti, di scemare i pericoli 
di incendio e di concedere un più vasto campo alla fan- 
tasia degli artisti ed alla immaginativa del popolo. L'ar- 
chitettura, a quei tempi, non rappresentava un complesso 
di forme, ma un principio civile o religioso; e se i van- 
tao-^-i tecnici ed economici di un concetto bastano ai no- 
stri giorni a renderlo vitale, non erano sufficienti nel me- 
dio-evo. È probabile che debbansi cercare nell'antica im- 
portanza della Chiesa Ambrosiana, nelle sue tradizioni e 
nelle sue differenze rituali dalla latina, le cause non del- 
l'origine, ma dello sviluppo di quella particolare maniera 
di costruire e di ornare le fabbriche religiose, che in Roma 
non venne mai accolla. 

La basilica lombarda è altrettanto originale rimpetto 
alla bisanlina, quanto questa lo è a confronto della ro- 
mana; e se le chiese del V secolo, come il S. Vitale di 
Ravenna e il S. Lorenzo di Milano, sono da ritenersi per 
ispirazioni bisantine nella loro intera struttura, tale non 
è la basilica a vòlta, vera madre dell'architettura ogivale. 
Gli architetti lombardi nel secolo Yl s' ispirarono alla bel- 
lissima forma della Santa Sofia di Bisanzio, e ne imita- 
rono i concetti e gli ornamenti; ma se ne staccarono 
nell'YllI e più ancora nel IX secolo, per creare una 
maniera veramente originale, e non è se non nelle parli 
decorative che appare manifesta la tradizione bisantina. 
la vòlta a crociera, assunta a base d'un sistema, non è 



— 34 ~ 
punlo orientale, bensì dalF Europa passò a Bisanzio ed a 
Gerusalemme per opera dei Crociati, che vi portarona 
pure l'arco acuto; la cupola bisantina ha l'estradosso li- 
bero, ed appare sempre piantata sovra edificio concentrica 
su una parte centrale di tal forma, mentre le lombarde 
sono coperte a tetto, e se le più antiche del IX secolo 
elevaronsi su spazìi concentrici, le posteriori sorgono 
sovra un campo quadrato: la forma stessa della cupola 
e diversa, giacché il pennacchio a tromba conica, che 
vedesi bensì in qualche monumento sassanide di Per-^ 
sia (1), appare di rado nei monumenti bisantini, dove invoco 
predomina la volta a tazza. Né bisantino é il concetto delle 
guglie elevale sul centro degli edificii religiosi, qualunque 
siasi la sua vera origine, ma che probabilmente è gotica. 
Il pilastro a fascio poi, vero simbolo della basilica a volta, 
è prettamente lombardo: né vale l'opporre il fatto che 
moltissime delle nostre antiche chiese non furono in ori- 
gine voltate, per dimostrare come il concetto delle vólto 
non sia sorto che dopo il mille; dove appare un pilastro 
a fascio, là, nel pensiero dell'architetto, dovevano sorgere 
le vòlte, e se mancano, gli è che l'edificio rimase incom- 
pleto, come aiicadde di quasi tutte le opere dei bassi tempi 
e del medio-evo. Abituati alla meravigliosa rapidità con 
CUI SI costruisce al presente, in causa dei mirabili trovali 
della moderna scienza dell'ingegnere, stenteremmo a cre- 
dere chei nostri antichi impiegassero dei secoli ad erigere 
un tempio, se non avessimo ancora dinanzi agli occhi 
tante cattedrali incomplete, e tante chiese, lo quali mo- 
strano l'una sull'altra le traccie dei varii secoli che con- 
tribuirono alla loro erezione, specie di stratificazioni ar- 
ti) Franz Reber: Geschichte. der Baukunst in Alterlhum — Leio- 
zig, 1866. ^ 



00 



chitelloniche. Ma dove le vòlte sono posteriori all' epoca 
del tempio, la loro struttura, la loro forma ne palesano 
l'epoca; perchè ora vediamo l'ogiva innestata sugli archi 
lombardi, o le nervature tonde invece delle piatte, o l'or- 
ganismo intero d«l tempio male inteso e falsato. 

IX. 

Nel 1030, Rozone e Ferlenda, marito e moglie, facevano 
costruire in Milano la chiesa della Trinità; appena 70 
anni dopo, un loro discendente, Rozio da Cortesella, di 
ritorno da Gerusalemme dopo la prima crociata, l'abbattè 
totalmente o in parte, e la rifabbricò a somiglianza di 
quella del Sepolcro di Cristo, come è anche esplicitamente 
detto in un diploma dell'arcivescovo Anselmo IV presso 
il Giulini: « Ad hoc Sepulchrum ad ejus veram simili- 
tudinem factum ». Ora gli studii più recenti hanno mo- 
strato che, fin verso la metà del XII secolo, la chiesa del 
Santo Sepolcro a Gerusalemme non aveva alcun arco 
ogivale, che essa era una croce latina con tre absidi, una 
cioè ad Oriente, e le altre due all'estremo dei due bracci, 
e che sul centro sorgeva la cupola. Tale infatti si pre- 
senta tuttora la chiesa di Rozio, ad onta dei cangiamenti 
ivi fatti dal cardinale Federigo. Ebbe un tempo, vuoisi, 
un atrio esterno (Exo-Nartex), ora demolito. Dopo la porta 
segue un atrio interiore, quindi un campo aperto solo m 
corrispondenza alla nave mediana, poiché ai' lati, chiuse 
fra muri, sono le scale che ascendono alle loggie ed alle 
due torri disuguali. Yien dopo il corpo della chiesa in Ire 
navi, divise da semplici colonne, quindi il campo qua- 
dralo della cupola, ed al di là il presbitero: un'abside 

chiude il presbitero e i capi-croce. La cupola è lombarda. 



— :)6 



COI pennacchi solili; al di sopra delle navi minori sono 
le loggia, quindi corrispondono anche ai fianchi del pre- 
sbitero; ed al disolto della chiesa sta la cripta, che tiene 
tulla 1 ampiezza della medesima. La nave maggiore do- 
vette essere voltata a bolle. La chiesa non ha dimensioni 
notevoli né buone proporzioni: delle sculture dei suoi 
capitelli nulla può dirsi, perchè nel XVII secolo furono 
mtCTamenle sformali, e quelli della cripta sono affatto 
nudi e rozzi; qualcuno ha la forma cubica, ma senza or- 
namenti. Se dalla struttura e dall'insieme di questa chiesa 
taluno volesse giudicare dello sialo delle nostre arti nel- 
1 XI secolo, sarebbe indollo pel nesso logico a trasportare 
^l fi*lT' '''^' '■inascimenlo tulle quelle costruite dal 600 
al 1000; però, quando si pensa che essa fu eretta a tulle 
spese di un privalo cilladino, si comprende la ragione 
delle sue umili sembianze. Noi l'abbiamo voluta citare 
perche nella sua composizione palesa un primo innesto 
del tipo romano colla basilica a vólla; è una chiesa la- 
tina, a CUI s'aggiunse una cupola lombarda invece della 
cupola di legnami, che aveva ancora a quei tempi il 
banlo Sepolcro di Gerusalemme. 

Alla coslruzione e consacrazione di questa chiesa l'ar- 
civescovo Anselmo IV volle dare l'importanza d'un av- 
venimento storico, accordando indulgenze e assoluzione ai 
visilalori Cd istituendo una fcslivilà ed un mercato an- 
T ^\ ^«/'produzione, nel pensiero archilellonico, della 
chiesa del Sepolcro di Cristo, giustifica forse tale slraor- 
dinano interesse, benché tali eccezionali solennità non 
lessero adottale per allre riproduzioni consimili anteriori 
e posteriori. 

Siamo lontani dal credere che la sostituzione dello co- 



ti} Giulim: Voi. 1/. 



lonne monoliti e del concello Ialino nella pianta degli 
edificii religiosi lombardi, fosse in qualsiasi modo imposta 
da Roma; ma è però probabile che l'arcivescovo Anselmo IV, 
« tutto affezionato al parlilo pontificio ed alle giuste brame 
della Corte di Roma », come dice il Glutini (1), appunto 
in quei giorni delle lolle di supremazia fra la Chiesa di 
Roma e quella di Milano, volesse insieme alle forme del 
Sepolcro di Gerusalemme far risaltare quelle altresì della 
basilica latina (2). 

Ma la meschinità del concetto, che risultò dall'innesto 
dei due sistemi, appare ad evidenza quando si confronti 
il Santo Sepolcro di Milano coli' insigne tempio di S. Fe- 
dele in Como, il quale pure appartiene al medesimo tipo 
del Santo Sepolcro di Gerusalemme, ma con una struttura 
interamente lombarda. 

Questo interessante tempio, di cui teniamo la pianta, 
rilevata dall'ingegnere Monti di Como in occasione del 
rinnovamento del suolo incominciato lo scorso anno, è ora 
cosi guasto dalle opere posteriori mal intese, come sem- 
pre, dalle pareti che ne otturano le spaziose loggie, dagli 
edilìcii che vi s'addossano ai fianchi, che al presente non 
offre se non un'idea assai imperfetta del suo bel concetto 
architettonico. È tempo che si pensi a sbarazzarlo dalla 
polvere secolare e da quelle tante incrostazioni che lo de- 
turpano. 

Nella prima metà del secolo XI e in quegli anni me- 
desimi in cui la Chiesa comasca si staccava dalla giuri- 
ti) Voi. II, pag. 635. 

(2) Non è fuor di luogo il ricordare qui ciò che racconta Leone 
Ostiense (Lib. II) del papa Stefano IX morto nel 1058, il quale in 
certa occasione essendosi portato a Monte Gassino, dov'era stato in 
addietro qualche tempo monaco, comandò fra l'altre cose che più non 
s'usasse in quel monastero il canto ambrosiano. 



58 — 




(Figura 8.') 



— 59 — 

sdizione di quella di Milano (1), s'andava edificando in 
Como la basilica di Sant'Abbondio, sul poslo d'un'anti- 
chissima a croce latina, di cui apparvero le fondazioni 
nei recenti restauri. Si compone di due parti distinte: cioè 
del corpo della chiesa, che ha cinque navate, divise da due 
ranghi di colonne monoliti e da due altri di colonne for- 
male a pezzi sovrapposti; e poi di un ampio e bellissimo 
presbitero, chiuso ad oriente dall'abside e costruito alla 
maniera lombarda, fra robusti pilastri a fascio sporgenti 
dai muri d'ala. L'innesto delle due maniere è evidente 
non solo, ma il tipo romano predominava al punto nella 
volontà di chi fabbricava questa chiesa, che si dovette 
ricorrere al ripiego di costruire le colonne come i muri, 
dove, per separare la nave maggiore dalle due seguenti 
ai fianchi non potevasi per le loro notevoli dimensioni 
adoperare monoliti. L'arte lombarda appare però intera 
nelle belle decorazioni esterne del presbitero e dell'abside, 
e qua e là anche nei capitelli. Il tipo cubico di alcuni 
di questi e le sembianze nude di altri a foglie senza in- 
tagli, che cosi convengono al secolo XI, contrastano in 
modo singolare colla ricchezza di parecchi altri ornamenti 
e col loro carattere più antico; ed è probabile che alcune 
delle sculture, specialmente della porta, dove predomina 
il tipo geometrico, siano più antiche. Le enormi sporgenze 
delle tavole formanti l'abaco e la cimasa dei capitelli, e 
i loro profili singolari non hanno però riscontro in alcuno 
degli edificii che conosciamo: esse rammentano in qualche 
modo le basiliche ravennati, ma lasciano sospettare un'altra 
ignota influenza. La basilica ebbe un atrio esterno ed 
una specie di loggia in un campo appena al di dentro 

(1) Diamo questa notizia colla massima riserva, benché presa da' 
Giulini, voi. II. 



— 60 — 

della porla, la quale venne ricostruita colle sue forme 
lombarde. 

Nella seconda metà del secolo XII, fu edificata la chiesa 
conventuale di Chiaravalle, con una bella cupola dal ca- 
ratteristico pennacchio, e quella mirabile torre o guglia 
che abbiamo già menzionato (1). La chiesa in tre navi è 
interamente voltala a crociera, ma non sovra pilastri a 
fascio, bensì su enormi colonne tozze composte a pezzi 
sovrapposti, come quelle del S. Abbondio, ma con diverso 
scopo. Tulli i risalti dei sostegni esprimenti gli archi 
longitudinali e trasversi e gli archivolti salienti e le cur- 
vature delle crociere s'arrestano al di sopra dei capitelli., 

Ne risulla che la pianta dell'edifìcio fino all'altezza dei 
capitelli mostra una basilica romana colla cupola lombarda 
come la chiesa di Rozio, e dai capitelli in su è esclusi- 
vamente lombarda od ambrosiana. La maniera tenuta per 
voltare il tempio è poi la slessa del S. Ambrogio: lutti i 
campi sono quadrali, ed ognuno della nave media è per 
conseguenza doppio di quelli delle navi laterali. 

Come possiede un'altra bella chiesa lombarda, quella 
cioè di S. Giacomo, meno antica del S. Fedele, ma al- 
trettanto interessante: la sua pianta è una croce latina in 
tre navi e forse un tempo tre absidi: ha una bella cupola 
lombarda, un ampio presbitero, ed è interamente voltata; 
le voile della nave media hanno i campi rettangolari, come 
al S. Teodoro di Pavia e al S. Bassano. Clli archi a pe- 
duccio rialzato, la mancanza d'ornamenti, la struttura delle 
volte, il carattere piuttosto slanciato dell'assieme palesano 

(1) La guglia è posteriore di almeno un secolo alla chiesa: la cu- 
pola non sappiamo; ma ò difflcilc il credere che cento o più anni 
dopo fatto il corpo del tempio, si sia pensalo a sovrapporvi una tal 
massa, se non era compresa nel progetto primitivo e se non se ne 
avevano i disegni. 



— 61 — 

un'opera Don anteriore al secolo XII. Il motivo del pen- 
Dacchio a Tromba è in questa chiesa, con esempio forse 
unico, ripetuto anche in corrispondenza ai capi-croce, 
per coprire con Tolte a spicchi quegli spazii rettangolari 
e dar loro l'aspetto di absidi: un tale artificio ne avvi- 
cina molto il concetto icnografico a quello del S. Sepol- 
cro. Ma i pilastri su cui poggiano le arcale sono a nucleo 
quadrato con lesene spore^enli sui quattro lati; e questa 
circostanza, messa a riscontro coll'epoca probabile della 
chiesa, parrebbe in contraddizione coi fatti da noi esposti. 
Si hanno però le seguenti notizie storiche (1): «Nella de- 
scrizione che fa il vescovo Niguarda di questa chiesa nel 
1590, dicesi fosse stata da poco restaurata: altri lavori 
furono fatti nel 1657 con qualche alterazione della forma; 
e per esempio, gli archi delle navi posavano su colonne, 
che per renderle più salde furono rivestite da murature 
e convertite in pilastri : la cupola fu rifatta più alta, ecc. » 
Le conclusioni, a cui siamo venuti dietro lo studio d'altri 
edificii, trovano dunque una conferma anche in questo, 
poiché era esso pure un mal'inteso innesto, una sovrap- 
posizione dei due tipi. Tale innesto anzi apparve poi cosi 
contrario perfino all'apparente stabilità dell'edificio, da 
indurre a nasconderlo in parte con un rivestimento in 
calce e rottami. 

Al medesimo tipo lombardo-latino, appartenne forse 
quella basilica pavese di S. Stefano, che dovette nel 1564 
essere riparata con un ripiego identico a quello adottato 
al S. Giacomo di Como. Il che rilevasi dal Diario Sacro 
e Profano del Mansionario della Cattedrale Pavese, di G. 
S. Gasparis, ove sotto la data del 26 dicembre 1564 leg- 
gesi « che minacciando mina il Duomo vecchio dedicalo a 

(1) Vedi Slato Me yarroechie e del clero della città e diocesi di Como. 



^ 62 — 

S. Stefano fu riparato , atteso che aveya le colonne sot- 
tili e tonde et candiate come quelle di S. Maria in Per- 
tica, riducendosi dette colonne in quadro come di presente 
sì vedono e per tale riparazione fu venduto il tetto di 
piombo con il quale era coperto tutto il tetto del Duomo. » 
Diciamo che dovette appartenere al medesimo tipo e che 
per conseguenza tale costruzione non può essere anteriore 
al secolo XI, perchè tutti gli autori pavesi che ne parlano' 
concordano nel dire che aveva cupola. Gli autori delle 
Antichità romantiche d'Italia (1) i quali hanno saputo 
togliere la confusione dei cronisti a proposito del Duomo 
di Pavia col dimostrare com'essa constasse di due chiese 
accollate, farebbero rimontare questa di S. Stefano al 
secolo YIII ed anche più in là. Ma se colle sue cinque 
navate ebbe effettivamente la cupola, non può assoluta- 
mente riportarsi a tale antichità, perchè la cupola è una 
parte della basilica voltata e le colonne semplici sono il 
cardine della basilica a soffitto, ed il loro innesto non potè 
compiersi prima dell' XI o del XII secolo. Se poi vi to- 
gliamo la cupola, supponendola sovrapposta più tardi alla 
basilica a colonna, questa da sola può bene rimontare al- 
rVIII secolo od a quel torno e collocarsi a fianco di altre 
simili da noi menzionate e del S. Salvatore di Brescia (2), 
al S. Giorgio di Val Pulicella, eretto da Liutprando (3) ecc., 
ma tale ipotesi regge difficilmente a considerazioni sta- 
tiche. Ma a proposilo del libro del signor Sacchi, è da 
lungo tempo che noi sentiamo il desiderio che i disegni 
inediti da essi raccolti e menzionati nel libro medesimo, 
vengano una volta tolte da quel qualunque ripostiglio od 

(1) Sacchi Giuseppe e Defendente: Le antichità romantiche d'Italia, 
— Milano, 1828. 

(2) Vedi Odohici: Antichità cristiane di lirescio^ 

(3) Vedi OiiTi Manara: Templi antichi illustrati» 



— 63 — 

archivio in cui rimasero sepolti finora, e fatti di pubblica 
ragione. 

Da tutto quanto esponemmo sui caratteri delle chiese 
della fine dell'XI o del XII secolo, risulta evidente il con- 
cetto che la basilica doveva in allora, nei suoi elementi 
più essenziali, ricordare al popolo la supremazia romana. 
Roma aveva vinto: quel suo tipo cosi umile e modesto 
nei suoi principii aveva preso dall'architettura lombarda 
la sua cupola e le sue volte, ed aveva guadagnato ; mentre 
questa, adattata sopra colonne monoliti, aveva perduto il 
suo carattere, la sua individualità, e non poteva progre- 
dire. Il pilone a fascio è la base del tempio a vòlta, come 
la espressione più naturale di quel sistema che fin dalle 
fondazioni d'un edifìcio si svela per intero: tolto questo, 
non poterono svilupparsi quegli altri elementi che dove- 
vano completarlo, come l'arco rampante e le studiate ra- 
stremazioni d'ogni parte, e la tendenza di tutte ad un nesso 
svelto, piramidale, e l'aprirsi maestoso delle finestre e quel 
ridurre la struttura d'un edificio ad un'ossatura mirabile 
di sostegni, che sono i caratteri distintivi della seconda 
maniera del gotico, che noi ammiriamo nelle cattedrali 
d'oUr'Alpe, là dove, apparso una volta il sistema, non ebbe 
fino al XVI secolo a lottare colla prepotente influenza del- 
l' eterna città. 



La basilica lombarda aveva smarrito il cammino pro- 
prio nel punto in cui la chiesa latina, dopo una lunga 
lotta storica di supremazia, affermava la propria superio- 
rità sull'ambrosiana, e precisamente quando al di là delle 



— 64 — 

Alpi, aiutala dall'arco acuto, prendeva un novello vigore, 
e procedeva di ardimento in ardimento. 

Quanti edificii si ponno citare a riprova di un tal fatto 
che risulta dallo studio dei monumenti: la chiesa di Cre- 
scenzago, quella bellissima di Castiglione d'Olona {fig. 9-''), 




( Figura 9/ ) 



- 65 - 

la parte più antica del Duomo di Monza, la chiesa di 
Bellano, quelle di S. Anastasio e delle Corone in Verona, 
quelle della Misericordia pure in Verona e di S. Maria in 
Gessate a Milano, il Duomo di Piacenza e moltissime altre 
riprodussero il tipo di Chiaravalle. Qua e là ne sorgeva 
pure qualcheduno ancora colle sembianze interamente lom- 
barde, ma furono come i serpeggiamenti di un fiume che 
non impediscono alle acque d'andare all'ingiù. 

Né basta: abbiamo parecchi esempi di chiese del XIII 
e del XIV secolo, nelle quali si tornò ancora proprio alle 
colonne monoliti; ma come non s'ebbe i! coraggio di ri- 
nunciare all'arco acuto e a quel magnifico concetto delle 
vòlte a crociera, vediamo le povere imposte degli archi 
e dei costaloni non più inscritti, ma sporger fuori in 
ogni senso all'ingiro dell'abaco dei capitelli, come nella 
chiesa di S. Maria delle Grazie in Milano, esclusa beninteso 
la magnifica cupola posteriore e tante altre. 

Abbiamo pure delle bellissime cattedrali, ma sempre 
innesti di due o tre architetture rivaleggianli nello sfog- 
gio degli ornamenti. I contrafforti rimasero sempre tozzi, 
le finestre si conservarono lunghe e strette; e dove bi- 
sognava un arco rampante, non vediamo che muri pieni, 
sorgenti al disopra dei fianchi del tempio. Qualcuna ri- 
produsse le forme del vetusto pilastro a fascio, e assai 
più svelto e meglio costrutto degli antichi; ma nell'in- 
sieme l'edificio presenta un non so che d'indeciso, di non 
spontaneo, d'incompleto. Non ve n'ha una che, presa come 
basilica a vòlta, possa nelle sue splendide vesti rivaleg- 
giare nella struttura colle cattedrali d'olir' Alpe. 

Alla fine del XII o al principio del XIII secolo, si pre- 
sentò in Lombardia dal di là delle Alpi, come sembra, 
l'arco acuto, il quale avrebbe dovuto imprimere un no- 
vello vigore e completare l' organismo della basilica a vòlta. 



— 66 — 



Accolto, invece, quasi a disprezzo, soltanto sugli archivolti 
delle finestre, applicato a modificare, guastandole, le forme 
dell'antico archetto delle cornici, l'arco acuto mantenne 
a lungo in Lombardia un carattere puramente decorativo, 
e non osò che tardi oltrepassare la soglia delle basiliche 
sostituirsi all'arco semicircolare sui bellissimi portali. 
Si direbbe che l'arco ogivale e tutto quanto non prove- 
niva da Roma avesse un carattere profano, che ne esclu- 
deva l'impiego nelle parti più importanti degli edifìcii 
religiosi. Le proprietà statiche dell'arco acuto furono bensì 
presto riconosciute, ma fu adottato nell'architettura for- 
tilizia assai prima e più largamente che nella religiosa: 
la mirabile torre di Azzone Visconti mostra intere le sem~ 
bianze lombarde, mentre nei numerosi castelli de' Visconti 
l'ogiva domina quasi senza rivale. 

Come l'architettura, cosi la scultura: scomparsi gl'in- 
trecci geometrici e i rabeschi, che erano tanta parte del 
linguaggio dell'antica basilica a vòlta, durarono ancora 
alquanto le rappresentazioni figurate, a formare il barocco 
dello stile, come nel pulpilo di Sant'Ambrogio, rifatto 
verso la fine del XII secolo (1), ma adoperando parte dei 
marmi dell'antico; e come « i leoni, grifi ed altre im- 
magini di marmo », che il Bosso, nella Cronaca detta 
Fior de' Fiori, dico venissero nell'anno 1220 posti qua e 
là ad ornamento dell'antico duomo per opera del « Capo 
dei vecchioni della Metropolitana ». Ma, ad onta di qual- 
che notevole eccezione, il secolo XI si distingue per una 
strana decadenza dell'arte scultoria, anzi por una vera 
mancanza d'ornamenti, che durò fin oltre il XII. Ripro- 
vate le figure mostruose, simboliche o no, da San Bernardo 

(1) Porta riscrizionc Gullielmus de Pomo superstes hujus ecclesie 
hoc opus multafiue alia fieri fedi. 



- 67 — 

prima, poi nel 1229 dal cardinale Gotofredo da Castiglione, 
legato del papa in Milano, scompare intero il simbolismo; 
e la scultura, rimasta senza base, dovette andare in traccia 
d'una nuova via. Allora, sopra elementi diversi riprese il 
suo cammino in ascesa, e ne fanno fede i portali magni- 
fici delle cattedrali italiane, le ricche finestre, e le rose 
e i rivestimenti marmorei delle facciate. Così sostenne an- 
cora attraverso al medio-evo la gloria e il nome dell'ar- 
chitettura lombarda, ma da sola, perchè la struttura, il 
concetto, per così dire virtuale, dell'antica basilica era 
scomparso. 

Tale a noi sembra, condensata in poche pagine, la storia 
della decadenza dell' antica architettura lombarda, studiata 
sui monumenti : il campo delle nostre ricerche potrà dirsi 
troppo ristretto, ma esse s'aggirano però attorno a Mi- 
lano, che insieme a Pavia fu indubbiamente il centro 
del suo sviluppo; d'altra parte, questa circostanza potrebbe 
forse tornarci favorevole e dare a questi pochi studii ed 
alle nostre induzioni un valore tecnico maggiore di quel 
che avrebbero avuto, se fossero estese ad un più ampio 
orizzonte, entro il quale è difficile il cogliere quei parti- 
colari che sono il vero linguaggio d'un edificio e ne pa- 
lesano la storia. 

L'architettura della basilica a vòlta, chiamata da altri 
romancia, gotico-anteriore, ecc., ebbe dunque prima del 
mille, un notevole sviluppo in Lombardia e specialmente 
nella parte statica : anzi nei secoli IX e X dovette mo- 
strare intere in molti edifici le sue sembianze originali, 
cosicché, potè anche oltr'Alpe assumere il nome di ar- 
chitettura lombarda fin dai primi anni dell'XI secolo. È 
nolo infatti come S. Guglielmo nato nel 969, da una fa-- 
miglia della diocesi d'Ivrea, il quale studiò e perfezionò 
i propri studii in Pavia, dopo aver fondato a Bigione il 



-. 68 - 

tempio di S. Benigno venisse chiamato in Normandia verso 
il 1010 dal duca Riccardo IL 

Là, nel corso di vent'anni, assistito da buon numero di 
monaci italiani di molto merito, i quali salirono poi alle 
prime dignità ecclesiastiche e conventuali di quel paese (1), 
vi fondò quaranta nuovi monasteri, vi restaurò gli anti- 
chi: il loro modo di costruire, nuovo affatto per quel paese, 
fu là chiamato lombardo e fu il punto di partenza del 
mirabile, sviluppo posteriore di tale stile in Normandia 
aiutato dall'arco ogivale. 

Né fu solamente nell'undecimo, ma altresì nel secolo 
successivo che gli architetti d'oltr'Alpe si ispirarono sul- 
Tarchitettura lombarda religiosa ed anco militare, e la 
presero a modello delle loro costruzioni fin dove le costu- 
manze e il clima locale lo permettevano. E, per esempio, 
una antica cronaca di Colonia, citata dall' Hope (2), dice 
che sulla fine del XII secolo, dopo la distruzione di Mi- 
lano, si edificarono e restaurarono in quella città moltis- 
sime chiese nello stile milanese di quell'epoca, in con- 
seguenza della traslazione dei corpi dei Magi da Milano a 
Colonia. 

E come mai può taluno credere che la vera architet- 
tura lombarda, quella che assunse e conservò questo iste- 
rico nome presso gli stranieri, spetti alle costruzioni spe- 
cialmente di mattoni innalzato in Lombardia all'epoca dei 
Comuni, all'architettura delle cattedrali o dei palazzi di 
città? L'architettura lombarda aveva completato il suo 
ciclo quando apparve l'arco acuto, e se tale innovazione 
venne accolta a rilento in Lombardia o non potò comple- 

(1) Furono Arcivescovi in Normandia nella seconda metà doll'un- 
deciino secolo: Maurilio, Lanfranco, (ìiovanni, Michele, liilti italiani 
e discepoli di S. (ìuglielmo. V. Duchesnk, 

[ì) Storia dell' arcliitellura. 



— 69 — 

tare l'organismo delle nostre basiliche, al di là delle Alpi 
l'ogiva si estese invece con una maravigliosa rapidità nel 
XII secolo e nel successivo e tutti gli edifìci religiosi sorti 
coirarco acuto in tal'epoca in Normandia, in Francia, in 
Germania, in Inghilterra, appartengono già alla nuova ar- 
chitettura che nessuno chiamò mai lombarda, perchè nes- 
suno osò mai dire che l'arco acuto fosse d'origine lombarda. 

Non sarà poi fuor di luogo l'aggiun^rere il seguente 
breve periodo che togliamo da un bei lavoro or ora 
stampato in Germania (1). a L'origine dell'architettura 
romancia è notoriamente avvolta ancora nell'oscurità. La 
sola certezza che noi possediamo in proposito, si è ch'essa 
ebbe per patria la Lombardia ». 

Potremo benissimo esserci ingannati in alcune indu- 
zioni tecniche relative a qualcuno degli edifici esaminati, 
ma la catena dei fatti successivi, il loro nesso cronologico 
rimane inalterato a mostrare le vicende subite dallo stile 
nell^XI e nel XII secolo, e la innegabile influenza delle 
idee politiche e religiose che trasformandola le impedirono 
di progredire. Se il tipo latino che aveva il suo centro 
in Roma, colla prepotenza delle sue mistiche tradizioni 
non avesse troncata la via alla vetusta maniera lombarda, 
avremmo avuto anche in Italia, nel medio-evo, una 
architettura meno svariata negli elementi statici, ma 
più completa, e l'arco acuto che qui fu detto tedesco e 
barbaro (2) si sarebbe invece assimilato agli elementi che 
preesistevano, completandone l'assieme, ed avrebbe poi 
anco assunta un impronta nazionale come il terzo acuto 
in Germania e l' arco Tudor in Inghilterra. 



(1) D. Dohme: Die Kirchen des Cistercienserordens in Deutschland. — 
Leipzig, 1869, in una nota a pagina 7. 

(2) Così lo chiamarono Vasari e Cesariano. 



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Ma se così fosse accaduto, se il fascino delle tradizioni 
della Roma cristiana, si fosse già nel medio-evo così af- 
fievolito nella stessa Italia, tanto meno l'influenza della 
più remota Roma dei Cesari, avrebbe avuto forza, qualche 
secolo più tardi, di spegnere anche olir' Alpe l'architellura 
gotica col rinascimento, e l'Europa non sarebbe stata tra- 
volta da quell'onda di paganesimo risorto, in cui si in- 
golfarono la letteratura e le arti, per non ridestarsi che 
in questi ultimi anni (1). 

Ma, per finire, le fasi attraversate dallo stile lombardo 
nell'undecimo e nel duodecimo secolo, accompagnano in 
un modo così innegabile le vicende politico-religiose del 
paese ai giorni di Arnaldo, di Erlembaldo, di Landolfo, 
esse seguono così fedelmente le vicissitudini dell'antichis- 
simo rito milanese, da essere una novella riprova di quel 
principio che l'architettura è la più fedele espressione 
della società. 



(1) Questo fililo è troppo noto perchè esiga documenti a riprova: 
ma leggasi la Crisiiade del cremonese Vida, per conoscere (ino a (jual 
punto l'Olimpo invase il Paradiso. 



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UNIVERSITY OF ILLINOIS-URBAnT 
723.445 C596R C002 
Ricerche sull'architettura lombarda.